
1985: la STASI, polizia segreta del regime comunista della Germania Est, sorveglia uno scrittore sospettandolo di attività contro il partito disseminandogli in casa decine di microspie. Un grigio e anonimo funzionario è incaricato di ascoltare e trascrivere le conversazioni.
C’è tutto un cinema italiano che dovrebbe arrossire di vergogna davanti a un film come “Le vite degli altri”, limpido esempio di come un Paese con pochissima cultura cinematografica (la Germania), comunque nettamente inferiore rispetto alla nostra, sia riuscito a mandare a memoria la breve lezione che basta oggi per realizzare un film bello, importante e necessario senza essere tacciati di fare del cinema “d’élite” per pochi felici: coniugare l’impegno e l’intelligenza del cinema europeo con l’arte di saper raccontare delle storie, tipica del miglior cinema americano. Non c’è nulla della proverbiale e fantozziana “pesantezza teutonica” di un Fassbinder (diciamo) in questo film, diretto felicemente e scritto in stato di grazia da un giovane regista (33 anni) all’esordio. La compattezza della sceneggiatura, la cura per il dettaglio e la bravura nel raccontare qualcosa usando la minor quantità di dialoghi possibile fa pensare allo Spielberg maturo di “Schindler’s List” – col quale questo film ha qualcosa in comune, a parte l’ambientazione – e “Munich” (e l’unico difetto è tipicamente spielberghiano: l’abbondanza di troppi finali). Trio di attori perfetto: merita la citazione Ulrich Muhe, lunga carriera da attore televisivo, maiuscolo nel sintetizzare i propri laceranti conflitti interni in poche e impercettibili smorfie, come si confà ad un agente DDR. Nel quadro di un cinema tedesco molto più disposto a elaborare i lutti del nazismo piuttosto che quelli del comunismo, è stata l’eccezione premiata con l’Oscar per il miglior film straniero.
Voto: 8-
Trivia
(Con 11 nominations ha stabilito il nuovo record di candidature mai ottenute da un film alle Lola d’Oro, gli Oscar del cinema tedesco)

Assolutamente una recensione perfetta… solo una domanda: cosa intendi precisamente per “l’abbondanza di troppi finali”?
“L’abbondanza di troppi finali” è un difetto classico di Spielberg (“The Terminal”, o “Prova a prendermi” per rimanere nei più recenti, ne è un esempio); in questo film ci sono tante scene che avrebbero potuto benissimo concluderlo (quando scopre tutti i fili nelle pareti di casa sua, bellissima; o chiuderlo sulla macchia d’inchiostro rosso, che oltretutto richiamava proprio “Schindler’s List”) e che quindi rappresentano tanti possibili finali. Il fatto di averli messi tutti non è di per sé un male, però lo spettatore, quando sa che si sta avvicinando la fine del film e vede una bella scena, spera sempre in cuor suo che sia l’ultima; poi scopre che non lo è, e forse un po’ ci rimane male. A te non succede?
Si che mi succede, e mi é infatti successo anche in questo film, il problema é che non so dire esattamente quando ho avuto la sensazione che dovesse finire… i fili, la macchia di inchiostro? Non so se son quelle le scene in cui l’avrei finito… Cmq, come quando si grida “al lupo, al lupo”, quando poi la scena finale é arrivata, non mi aspettavo che finisse davvero lì! Cmq non sapevo che questo fosse un difetto spielberghiano, non sono per niente una fan di Spielberg. Però in effetti questa cosa si nota in “Prova a prendermi”.
Anche io concordo con i molti finali,io pensavo fosse finito con la morte di lei.Non so se Spielbergh usi questa tecnica,ma nella mi ignoranza farei un parallelo con “Viale del tramonto” di Wilder in cui il film sembra finire con lo sguardo di Gloria Swanson (Norma Desmond) perso nel vuoto dopo aver appena sparato.
Non è proprio la stessa cosa: in “Viale del tramonto” l’ultima scena non è solo bella ma anche “necessaria”, perchè rappresenta la definitiva pazzia di Norma Desmond e simboleggia con essa il crollo del cinema tradizionale. In molti film di Spielberg (e un po’ anche in questo) tutte quelle scene una dopo l’altra, che potrebbero rappresentare ognuna un possibile finale, sono spesso messe lì per accumulazione e mancanza di coraggio; perchè si tratta, appunto, di belle scene che sarebbe un peccato escludere dal prodotto finale.
già! ah, per recensirlo mi sono servito della locandina che hai linkato tu!
D’accorderrimo su quanto dici circa lo cinema di noi italici che non riesce mai a sfornare pellicole di siffatto interesse…
Salute a te!