
Tra gli anni ’60 e ’70, a San Francisco e dintorni, un serial killer che si fa chiamare Zodiac terrorizza la popolazione e sfida le autorità inviando lettere ai giornali e seminando indizi. La polizia brancola nel buio.
Cinque anni dopo il passatempo “Panic Room” e soprattutto otto anni dopo “Fight Club”, torna – era ora – David Fincher. Come per la lunga attesa spesa per Tarantino prima di ammirare i suoi due Kill Bill, si può dire, con la pancia ancora piena di uno spettacolo-fiume di oltre due ore e trenta minuti, che ne è valsa la pena. Gli anni di sosta sono serviti a Fincher per smussare gli angoli che impedivano di definirlo regista finalmente “maturo”, una leggera propensione a preferire la forma alla sostanza, un certo maledettismo da copertina che faceva storcere il naso (la seconda parte di “Fight Club”). Muovendosi nel solco del bellissimo “Seven” Fincher torna sul luogo del delitto scegliendo di raccontare una storia che ha segnato le infanzie di molti quaranta-cinquantenni americani, lui compreso. La caccia cieca, disperata e senza metodo a Zodiac è l’ultima e migliore messa in immagini del suo inestinguibile pessimismo verso le cose del mondo, ma l’allucinante constatazione che si tratta di fatti realmente accaduti (tra le fonti di cui ha disposto Fincher c’è anche il romanzo di Robert Graysmith) sembra messa lì apposta per dargli ragione. Stilisticamente molto diverso dai precedenti lavori di Fincher, è meno notturno e ha un’inquietudine molto più nascosta che sfocia di tanto in tanto in sequenze straordinarie (tutte quelle degli attentati di Zodiac, di tensione inaccettabile); il suo altissimo valore si afferma man mano che ci si fa trascinare nel viluppo e – anche per chi ne conosce il finale – si cerca disperatamente l’appiglio, l’indizio, il ragionamento giusto. Disseminato di false piste e di continui equivoci, termina molte volte e altrettante ricomincia, per un risultato di lunghezza estenuante ma necessaria, un’enormità che difficilmente potrà essere superabile. Notevolissima la cura del dettaglio: è così che si fa un film d’epoca. I tre protagonisti si scambiano sovente i ruoli ed è difficile stabilire chi sia il migliore, anche perché nessuno dei tre ha un ruolo decisivo nella storia, ma sono tre personaggi che si fondono in un’unica, grande, tradizionale figura cinematografica, quella del Detective. Non è ancora arrivata l’estate, ma il 2007 conosce già il suo film.
Voto: 8

Bellissimo, fin dalle prime note (una fantastica reinterpretazione di Easy to be hard, che già era il mio pezzo preferito di Hair). Non posso aggiungere nulla ai tuoi commenti (a parte dire che Downey Jr. é stupendo, come sempre…..).
…una cosa da aggiungere però l’avevo: sono rimasta impressionata dal cast, una colleziona di attori da mille serie televisive degli ultimi anni (tra cui il mitico dott. Green di ER, ci ho messo un bel po’ a riconoscerlo coi capelli). Mi chiedo se gli attori americani che fanno la spola tra cinema e tv siano aumentati ultimamente, o se sono io che guardo davvero troppe serie tv (probabilissima la seconda)
Ultima cosa: c’é una frase estremamente montaliana nella tua recensione. Voluta o casuale?
E’ un’ulteriore differenza tra l’Italia e gli USA: lì gli attori televisivi e cinematografici sono bravi uguale, e molto spesso fanno il grande salto dal piccolo al grande schermo. Da noi Massimo Ghini, Beppe Fiorello e Sabrina Ferilli possono al massimo aspirare al film di Natale o alla pubblicità anti-pirateria.
PS: Come saprai non sono mai stato un gran lettore (e del resto, o vedo film o leggo libri; non posso fare entrambe le cose). Svelo sbracatamente la mia ignoranza affermando che di Montale conosco solo i titoli. Di cosa si tratta?
Questa: “il suo altissimo valore si afferma man mano che ci si fa trascinare nel viluppo e – anche per chi ne conosce il finale – si cerca disperatamente l’appiglio, l’indizio, il ragionamento giusto.” – Viluppo é una tipica parola di Montale, appare in diverse poesie tra cui “Arsenio” (“fa che il passo/su la ghiaia ti scricchioli e t’inciampi/il viluppo dell’alghe…”)… e la poetica montaliana é proprio tutta attorno al concetto di trovare “un appiglio” (“una maglia rotta nella rete”).
P.S.: riesci ad essere poetico anche senza volerlo… dimostra una volta di più le tue doti di scrittore…
Ah, fantastico! Grazie!
Inquitante è la prima parola che mi è venuta in mente dopo aver visto le prime scene, ma alla fine la più appropriata è:labirintico. Un inchino a chi è capace di creare una rete edi ragionevoli dubbi, perchè la vita vera non è fatta di certezze matematiche.
inquietante, naturalmente
Sono Zodiac…