
Uno stolido energumeno neonazista, appena uscito di galera, finisce in una bislacca comunità di recupero improntata sui valori cattolici.
Premiata al Sundance Film Festival e accolta un po’ dovunque con un entusiasmo generale forse anche superiore ai suoi meriti oggettivi, “Le mele di Adamo” si prefigge di battere i sentieri laterali del pensiero cattolico, sarcasticamente convinto che il perseguimento delle tre virtù teologali si possa raggiungere anche con un’interpretazione non proprio letterale dei precetti delle Sacre Scritture. Le simbologie abbondano e con esse le citazioni su vari livelli, passando da quella cinematograficamente obbligata di Lars Von Trier (col quale Anders Thomas Jensen ha in comune il gusto per il grottesco e lo humour nero) a quelle letterarie (il Candide di Voltaire). La brace non è molta e non basta per cuocere tutto ciò che c’è sul fuoco, ma la qualità media della carne è di molto superiore a quella solitamente in circolazione anche sul solo mercato europeo. Si fanno sempre meno commedie satiriche (uno dei generi più difficili e problematici in assoluto), ed è un peccato perché i grandi temi dell’umanità vengono aggiornati in continuazione dai mutamenti sociali, politici e di costume. Qualche battuta a vuoto tra una pagina di bel cinema e l’altra.
Voto: 7

“improntata sui valori cattolici”?
“pensiero laterale cattolico”?
Se c’è una cosa chiara, nel film, è che Ivan è un pastore protestante, non un prete cattolico (tra l’altro, trovare un cattolico in Danimarca è come trovare un sikh in italia),e questo, lungo tutto il film, è di un’evidenza persino banale (è ufficialmente sposato-vedovo-, ha ufficialmente un figlio, la liturgia a cui si assiste è chiaramente protestante, ha persino il collare dei pastori protestanti, etc. etc.)
Probabilmente si voleva intendere per “cattolico” “cristiano”, ma a parte che l’errore non da poco di ritenere i due termini sinonimi, la questione non è solo di tipo nominalistico.
Il film è infatti assolutamente incomprensibile (come gran parte della letteratura, del teatro, del cinema nordici, vedi ad esempio Bergman) senza tener conto della teologia del “silenzio di Dio” che fa parte della cultura protestante. Attenzione, della cultura, non della fede. La cultura di un popolo è influenzata dalla sua visione di dio anche per chi non è credente. In Italia,o in Spagna, il più miscredente, laico, ateo dei registi non potrà non fare un film che risentirà della visione cattolica di Dio..(cfr Almodovar..)
Ehm Fabrizio, hai ragione tu. La cosa curiosa è che me n’ero accorto due minuti dopo aver messo sul blog questa recensione, ma non so perchè – per pigrizia, forse – non l’ho corretta. Ottimo commento, comunque; continua a scrivere quando vuoi!