
Uno psicologo infantile in crisi con la moglie si dedica anima e corpo (ehm) al suo ultimo paziente, un bambino introverso e con problemi familiari che sostiene di riuscire a vedere le persone morte.
Opera prima dell’indo-americano Manoj Night Shyamalan, ambientata a Philadelphia, la sua città d’adozione. La svolta della Disney verso il cinema cosiddetto “adulto”, anche se solidamente ancorato ad ambizioni soprattutto commerciali, partì nel 1999 da questo thriller paranormale che ha profondamente influenzato la storia del genere, fino a far sorgere un vero e proprio filone alternativo con risultati molto raramente all’altezza del capostipite. Shyamalan, registicamente affine a un certo Carpenter per la semplicità non banale con cui è padrone della delicatissima materia thriller-horror (là dove lo scivolone è a meno di un passo), fa le cose per bene anche da sceneggiatore: appronta una strategia della tensione che si rifà a precedenti illustri (viene in mente il Friedkin de “L’esorcista” per come questo film è diviso in due: nella prima parte evoca e inquieta, nella seconda parte mostra) e culmina in un finale che ha fatto scuola, obbligando il pubblico a ripercorrere mentalmente l’intero film e a riconsiderarlo alla luce delle rivelazioni finali. Certo, non è tutt’oro ciò che luccica, a cominciare dalla natura intrinseca di film usa-e-getta, che perde molto del suo valore alla seconda visione. Grandissimo successo di pubblico in tutto il mondo, contribuì a sdoganare Bruce Willis molto più efficacemente di Brian De Palma, e lanciò nel firmamento hollywoodiano l’effimero Haley Joel Osment, bambino prodigio ormai ventenne finito da qualche anno a doppiare cartoni animati.
Voto: 7
Trivia
(Uno dei soli quattro horror della storia ad aver ricevuto una nomination all’Oscar come miglior film)
(Stando a ciò che si dice in giro, i motivi della scelta di Haley Joel Osment nel ruolo di Cole Sear sono stati tre: perché era il più bravo, perché era l’unico dei bambini da provinare a indossare la cravatta e perché, alla domanda di Shyamalan se avesse letto la parte, aveva risposto “Sì, l’ho letta tre volte stanotte”. “Hai letto tre volte la tua parte stanotte?”, gli aveva quindi chiesto Shyamalan. “No, stanotte ho letto tre volte la sceneggiatura”)

con questo 7 su questa pizza di film macchietta copiato da altre mille storie (finale compreso…vedi su tutti philip k dick) ti devo purtroppo dare la mia scomunica
. ritengo Shyamalan un tronfio plagiatore pieno di sè, tanto da autoparagonarsi ad hitchcock.. niente di meno. del resto il proprio non valore sto tizoo lo conferma con tutti i suoi film successivi, ognuno abbondantemente plagiato da altre storie ben più di carattere. ti informo inoltre che è uscito precedentemente un certo “echi mortali” del regista di secret window che tutti hanno accusato di esser stato bellamente copiato dal sesto senso, mentre controllando appunto le date è evidente il contrario. te lo consiglio, è piuttosto carino.
poi ti prego non mi paragonare l’indiano a carpenter che, oltre ad essere il mio mito, non se lo vede nemmeno shyamaialan
Sì, in effetti Shyamalan ha fallito miseramente nelle sue prove successive (anche se nei primi 70 minuti di “Signs” non mancano pagine da manuale, prima di sbracare nel finale), e dunque il paragone con Carpenter rimarrà confinato a questa sua opera prima… ma questo film regge, regge eccome, genera tensione anche nelle singole sequenze (la scena del padre che scopre la VHS, per esempio) e non solo per effetto della trama generale. Quanto a “Echi mortali” non saprei, non l’ho visto, mi riservo di dargli un’occhiata. Ciao!