Il buono, il brutto, il cattivo (Sergio Leone, 1966)

Sullo sfondo della guerra di secessione americana, tre fuorilegge dal grilletto velocissimo sono sulle tracce di un tesoro di 200 mila dollari sepolto da un soldato confederato accanto a una tomba nel cimitero di Sad Hill. Tutti e tre sanno qualcosa ma non abbastanza per sbrigarsela da soli, e sono costretti loro malgrado a collaborare a vicenda.
Capitolo conclusivo e punto più alto della leoniana “trilogia del dollaro”: scandito dall’insistente motivo del numero 3 (tre i personaggi, tre le volte che Tuco viene appeso alla forca e tre le volte che il Biondo gli salva la vita sparando alla corda) e attraversato dalla Storia per la prima volta in Leone. I luoghi comuni del western tradizionale vengono qui ulteriormente ridicolizzati fino a svuotarli di ogni senso (i soldati, l’onore, l’amicizia, le divise) con una messa in scena volutamente dilatata e distorta fino alle estreme conseguenze (l’infinito “triello” conclusivo, dominato da un gioco di mani, di sguardi e di silenzi, è trionfo del cinema e basta); contano solo i dollari, le alleanze tra i personaggi sono tutt’altro che disinteressate. Viscerale esempio di arte per l’arte, senza nessun significato nascosto che superi il puro piacere della visione; tra celebri sentenze (“Dormirò tranquillo perché so che il mio peggior nemico veglia su di me”) e sequenze di portata viscontiana (la guerra), i tre protagonisti sono indistruttibili supereroi western e ogni scena è soltanto mattonella di un percorso che li porterà, inevitabilmente, allo Scontro Finale. Adorato un po’ dappertutto con trasporto spesso superiore a quello di noi italiani, è cult specialmente in America dove ormai da anni campeggia nella top 10 IMDB sui più grandi film di tutti i tempi (attualmente è quinto, ma è stato anche al primo posto). Memorabile battuta finale.
Voto: 7,5
Trivia
(Sergio Leone non sapeva una parola d’inglese ed Eli Wallach non conosceva l’italiano; i due comunicavano in francese)
(Il cane che attraversa il cimitero all’inizio della scena finale fu un’idea di Sergio Leone per evitare che la sequenza cadesse nel melodrammatico, e una presenza inaspettata per Eli Wallach che non era stato avvertito. Il suo sguardo di sorpresa è perciò assolutamente autentico)
(Nessun dialogo nei primi 10 minuti e 30 secondi)

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