Terzo film del romano Daniele Vicari; attuale neo-detentore del titolo di “film dal gioco di parole più telefonato della storia” (“Bari a Bari”: al sottoscritto è venuto in mente a metà del primo tempo, prima di scoprire mentre sta scrivendo che anche il prestigioso www.spietati.it l’ha usato come frase di lancio per la recensione). Si rimane sui livelli discreti di “Velocità massima” e “L’orizzonte degli eventi”; a Valerio Mastandrea si è sostituito Elio Germano, impeccabile come al solito anche se l’accento romano trapela qua e là. Dall’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio – che ha collaborato a una sceneggiatura asciugata di molti personaggi importanti del romanzo (la sorella Sandra, la fidanzata Giulia, qui ridotte a figurine) – la più classica delle discese agli inferi con annesso ritorno, raccontata con espedienti e clichés da cinema italiano contemporaneo: la lite coi genitori, la scazzottata tra ex amici, la trasferta spagnola, le pasticche e la cocaina, didascalie assortite (i soldi nell’opera omnia di Marx e Engels), la (notevole) digressione sui trucchi da mazzo di carte. Dettagli di valore: il lusso una volta tanto “realistico” degli appartamenti della Bari bene; la volgarità e la violenza insite in ogni apparizione del denaro. Vale invece la pena soffermarsi sulla regia e sul linguaggio adoperato da Vicari per accompagnare la road to perdition del futuro magistrato Giorgio: uno stile dotato di un’originalità che esula dall’uso (ma anche abuso) della musica elettronica-chic ormai diffuso un po’ dappertutto (ancora grazie ai sorrentiniani Teho Teardo). Il vero motivo d’interesse è la gestione dei personaggi all’interno degli spazi, nell’assenza più totale di bassa estetica da cartolina: Bari è città anonima e invisibile, interviene solo se glielo impone la narrazione (il Palazzo di Giustizia), per il resto è puro fondale dietro i primi o primissimi piani dei due protagonisti, braccati dalla macchina da presa che li sfrutta per il loro reale, ottimo valore. All’esordio cinematografico a 29 anni, Michele Riondino tiene testa al più illustre collega.

Voto: 7=