
In una landa desolata da qualche parte nel Friuli vivono in simbiosi Rino Zena e suo figlio, l’adolescente Cristiano; insieme accudiscono Quattro Formaggi, diventato mezzo matto dopo essere stato colpito da una scarica elettrica.
Dall’omonimo romanzo (2006) di Niccolò Ammaniti, che per Salvatores era già stato fonte d’ispirazione per il superbo “Io non ho paura”, decisamente il suo miglior lavoro degli ultimi 15 anni (e forse anche in assoluto). Il timore è proprio questo: che Salvatores sia stato in qualche modo obbligato a ricomporre un sodalizio che a conti fatti non aveva alcuna ragion d’essere; il risultato è un film profondamente infelice, girato con la mano sbagliata e apparentemente senza un briciolo di convinzione. Colpisce in negativo la sciatteria della sceneggiatura, la sua faciloneria nel drammatizzare gli eventi senza preoccuparsi di renderli verosimili (l’Ipod mono-canzone di Fabiana che suona sempre e dovunque “She’s the one”; l’autoradio del furgoncino scassato che prende benissimo in mezzo al bosco; il viaggio-monstre di Cristiano che per nascondere il corpo della ragazza parte alle otto di sera e arriva al mare all’alba. A piedi), la sbrigatività nello sciogliere i nodi puntando sulla “prodezza del singolo” (povero Elio Germano, costretto in un ruolo che più banale e stereotipato non si poteva). Ciò che funzionava sulle pagine del libro, tradotto in immagini si macchia di una pesantezza goffa e senza fondo che annoia ben prima di suscitare qualsivoglia emozione. Speriamo di sbagliarci, ma sembra il classico film fatto per soldi, per sfruttare l’onda lunga del precedente; così tornano i riferimenti alla natura selvaggia e sconfinata, ma senza quella spontaneità e quel lirismo da Nouvelle Vague. Seconda parte al limite del disastroso. Il 34enne Filippo Timi, gay dichiarato, si produce nell’apprezzabile sforzo di interpretare un nazista omofobo (sforzo sinceramente sovrumano che non ricordavamo dai tempi del Claudio Amendola laziale di “Caterina va in città”), uno dei personaggi più sgradevoli che si ricordino, si suppone rifiutato da molti altri attori; di viso assomiglia a Volonté, ma solo di viso.
Voto: 4,5

Raramente il grande schermo ci aveva offerto un racconto e figure così sgradevoli. Un angoscioso e angosciante affresco di provincia e di esseri squallidi degradati emarginati, chiusi nel proprio egoismo e nella propria solitudine, dominati dall’odio dalla violenza dal disprezzo verso tutto e tutti, senza speranza e senza aspettative…
Personaggi non sempre credibili e dai risvolti non sempre verosimili, lungaggini che si potevano evitare, recitazione non del tutto convincente (Elio Germano soprattutto non persuade nel difficile ruolo affidatogli), trama dal finale non chiaro in ciò che vuole dire…