
Gli alieni piombano su New York e iniziano a distruggerla; non si sa chi siano, né da dove provengano, né cosa vogliono. Manhattan è in stato d’assedio e quattro ragazzi fuggono verso la salvezza filmando tutto con una videocamera.
Quella che è alla base di “Cloverfield” non può certo dirsi un’idea originale: dall’ineffabile “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato alla furbissima operazione di “The Blair Witch Project”, il finto video amatoriale che documenta “una-storia-realmente-accaduta” è espediente intelligente e può essere davvero efficace se utilizzato con cognizione di causa. E’ questo, appunto, il caso di “Cloverfield”, sul quale sarà il caso di affrontare due tipi di discorso: uno strettamente legato alla materia narrativa dell’opera, la cui struttura, sommamente scaltra, è costellata di genialità (il video principale che viene sovrapposto ad un vecchio filmino che ricompare nel finale con un elemento rivelatore) e sottolinea la qualità della scrittura di Drew Goddard (già sceneggiatore e produttore di “Lost”, insieme al sodale J.J. Abrams, vero ideatore di questo film); l’altro, il più interessante, più meta-artistico, in cui è evidente la simbiosi tra il Mostro (e i suoi parassiti derivati) e la Videocamera stessa, anch’essa iper-fagocitante, desiderosa di invadere la privacy di ogni personaggio – siano essi più o meno “amici” – e impassibile anche di fronte all’orrore (si legga a tal proposito l’interessante analisi di Alessandro Baratti su spietati.it, che paragona Hud al pirandelliano Serafino Gubbio). Memorabili i dieci secondi in cui la camera viene ingoiata e poi sputata dalla Creatura.
Voto: 8-
Trivia
(Senza colonna sonora; la musica sui titoli di coda parte solo dopo novanta secondi dall’inizio dei titoli)
(Jason indossa una t-shirt della fittizia marca “Slusho!”, stesso nome di una bevanda altrettanto fittizia che compare in un episodio di “Alias”, serie tv del 2001 prodotta dallo stesso J.J. Abrams)
(Il film inizia il 27 aprile e termina il 23 maggio esattamente alla stessa ora: le 6 e 42 del mattino)
(Nell’ultima scena, che mostra Rob e Beth a Coney Island, è possibile vedere al rallentatore un oggetto sullo sfondo che cade in mare. In molti ritengono che sia il satellite responsabile del risveglio del mostro sommerso nelle acque circostanti)

Purtroppo non ho avuto la possibilità di vederlo al cinema, dove sono convinto che esprima le potenzialità che invece su un piccolo schermo rimangono intrappolate senza coinvolgere pienamente. PEr cui posso solo dire di aver “intuito” un bel film più che averlo effettivamente visto.
…ineffabile “Cannibal Holocaust”?!? Una somma boiata, vorrai dire. Specie in via d’estinzione massacrate liberamente, impalamenti, tette al vento, genitali del decerebrato attore forzitaliota in bella mostra. Si potrebbe obiettare che in effetti è quanto la vita dell’uomo produce quotidianamente su questo pianeta ma a suo tempo la visione (parziale) di simili abissi d’abiezione non scatenò null’altro che conati di vomito. Film di denuncia o piuttosto film da denuncia?
“Ineffabile” non è un aggettivo dalla connotazione necessariamente positiva, mi sembra. Letteralmente vuol dire “che non si può esprimere per mezzo di parole”, dunque “indicibile”. Ecco, è esattamente quel che volevo dire.
Si, con ogni probabilità hai ragione se, come immagino, discende da “fari” -il verbo più mutilo della latinità. Strano che io l’abbia sempre inteso nell’accezione di “inarrivabile”, per giunta connotato positivamente.