Archive for ottobre, 2011




Un uomo e una donna perdono il loro unico figlio, caduto accidentalmente dalla finestra, mentre stanno facendo l’amore. La donna viene travolta dal dolore e dal senso di colpa e spetta al marito, stimato psichiatra, cercare di guarirla. La soluzione potrebbe essere farle elaborare il lutto portandola nel luogo che più le fa paura, un rifugio in un bosco sperduto in cui lei ha scritto una tesi di laurea sulla persecuzione delle streghe.
“C’è stato un periodo della mia vita, durato circa due mesi, in cui non facevo altro che starmene a letto a fissare il muro”. Uno dei vantaggi di fare a cinema è poter trovare, nella propria arte, un rimedio per i mali privati e strettamente personali. Domanda: perché la via d’uscita dalla depressione di Lars von Trier dovrebbe interessare lo spettatore? Perché, al di là delle dichiarazioni vanitosamente provocatorie (“Il mio è un horror pornografico”, vabé) a uso e consumo delle conferenze stampa, “Antichrist” è un film sentito, autentico, una volta tanto profondamente sincero nella sua messa in scena brutale e senza sconti dei veri demoni che interessano al regista danese, di cui sono note le sue idee fermamente anti-religiose. Von Trier s’impone da subito un rigore formale che si riflette anche nella sostanza e nella rappresentazione, spartana e teatrale, umilissima nei vestiti, negli arredi, negli oggetti di scena. Un punto di partenza necessario per regredire credibilmente – e noi con lui – al Medioevo del pensiero, in quella condizione umana propria di chi è depresso, dove il mostro è in grado di tiranneggiare, date le nostre debolissime difese. Naturalmente non c’è alcuna volontà di affrontarlo né tantomeno alcuna pretesa di sconfiggerlo (il personaggio di Willem Dafoe, che si sforza per tutto il film di mantenere un punto di vista razionale, si rivela ottuso e vendicativo); tutto non fa che volgere al peggio, è un piano inclinato in cui saltano i nervi e poi via via tutto il resto, fino alle coordinate spazio-temporali più elementari. Ma se siete disposti a visitare l’abisso per un centinaio di minuti, la visione di “Antichrist” potrà risultarvi persino terapeutica. (Dedicato ad Andrej Tarkovski con presunzione squisitamente à la Von Trier, dacché l’arroganza e la supponenza – evidentemente – sono anch’esse parti indissolubili della natura umana.)

Voto: 7,5

(Eva Green fu presa in considerazione per il ruolo di protagonista, ma rifiutò)
(I disegni astratti che compaiono all’inizio di ogni capitolo sono opera dell’artista danese Per Kirkeby)
(Lars Von Trier: “Ho dato il meglio di me per fare un horror ma non ci sono riuscito, esattamente come volevo a tutti i costi fare un musical ma ho girato “Dancer in the Dark”)



Divorziato e attanagliato dai debiti, Larry Crowne – mite commesso di un grande magazzino – viene licenziato senza preavviso a causa della sua scarsa istruzione che non gli consente avanzamenti di carriera. Larry non si perde d’animo, s’iscrive subito all’università e inizia a frequentare il corso della professoressa Mercedes Tainot, bella e infelice, con un matrimonio in via di disfacimento. Vuoi vedere che…?
Ritorno alla regia di Tom Hanks a quindici anni dal precedente “Music Graffiti”, semi-musical datato 1996: qui il buon vecchio Tom si è avvalso della collaborazione alla sceneggiatura di Nia Vardalos, ex meteora della commedia brillante con l’effimero successone “Il mio grosso grasso matrimonio greco”. Risultato mediamente onesto, con ampio utilizzo di grammatiche da tv-movie e un tono generale che si rifà alle commedie di Nora Ephron che negli anni ’90 (“Insonnia d’amore” e “C’è posta per te”) diedero nuovo lustro alla carriera brillante del doppio premio Oscar (1993-1994, ultimo a vincere la statuetta per due anni di fila). Sarebbe fin troppo facile scrivere “l’amore ai tempi della crisi”, ma in realtà di agganci alla realtà sociale degli ultimi tempi ce ne sono pochini, ed è anche giusto così visto il carattere spiccatamente leggero di “Larry Crowne” (il titolo italiano, “L’amore all’improvviso”, è l’unica cosa drammatica della pellicola), che si risolve in un dignitoso elogio della mezza età e nella dichiarazione d’intenti, molto americana, a non arrendersi allo scorrere delle lancette. Trapela qua e là un po’ di malinconia davanti ai primi piani dei due divi, impietoso segno del tempo che passa: Tom Hanks comincia più improsciuttito del solito ma poi ritrova verve e carisma e non dispiace neanche Julia Roberts, nonostante si avverta l’avanzare dell’età. Il problema, semmai, è nel manico: il copione è innocuo e prevedibile come il percorso del 30 barrato, ma allo stesso modo giunge tranquillamente a destinazione. I fan di Breaking Bad ritroveranno il loro eroe Bryan Cranston nei panni del disastroso marito di Julia Roberts; i più cinefili rivedranno invece con piacere Pam Grier, già eroina tarantiniana in “Jackie Brown”. Sufficienza (molto) stiracchiata.

Voto: 6=



Nella Svizzera di inizio ’900 la relazione tra Carl Gustav Jung e la sua paziente Sabine Spielrein, consumata all’ombra dell’ingombrante presenza del dottor Sigmund Freud.
David Cronenberg fa ormai quel che vuole. Dopo la sua rappresentazione prima allegramente grottesca (“A History of Violence”) e poi magnificamente glaciale (“La promessa dell’assassino”) della violenza intesa come strumento da istinto di sopravvivenza, il regista canadese stravolge le regole e gli stilemi dominanti della sua arte per un’opera fredda e analitica al limite del didattico, che sta alla psichiatria esattamente come “Inseparabili” stava alla ginecologia e alla sua concezione quasi biologica del cinema. La ben nota dicotomia Freud-Jung (rigoroso e pessimista il primo, fermamente convinto della possibilità di uno “slancio vitale” il secondo) viene illustrata con didascalismi da libro di testo, e contemporaneamente i loro personaggi sono corposi, seducenti, fascinosi come eroi di un romanzo con le loro evoluzioni dialettiche (vanno a segno i dialoghi di Christopher Hampton). E però: nonostante lo attraversi una costante, sottile ironia (quasi tutta nel sardonico personaggio di Herr Freud), “A Dangerous Method” è trattenuto e anche troppo algido e professorale. Conosciamo troppo bene Cronenberg per sospettare che si tratti solo di una pura dimostrazione di stile, ma il distacco che il regista impone alla storia e ai suoi protagonisti porta con sé una sgradevole sensazione: che lui guardi all’umanità come un branco di topi da laboratorio. Film ambiguo, che ha il fuoco dentro, ma troppo lontano dalla superficie. Visivamente sontuoso, con le due performance di Michael Fassbender e Viggo Mortensen che riescono a passare oltre le solite moine di una Keira Knightley comunque lodevole per aver saputo affrontare un ruolo così difficile. Cent’anni dopo, comunque, la domanda è sempre quella: il sesso deve suscitare più parole o più pensieri?

Voto: 6,5

(Keira Knightley ha dichiarato che inizialmente non sapeva come affrontare il suo personaggio e soprattutto non sapeva come rendere l’isteria. Cronenberg le consigliò di immaginare di essere “un diavolo, o un cane”. Dopo le prime prove, l’attrice contattò Cronenberg su Skype e gli mostrò il risultato via webcam)
(Tra Viggo Mortensen e Michael Fassbender ci sono 19 anni di differenza, esattamente tanti quanti quelli tra Freud e Jung)



In un casinò di Las Vegas gestito all’antica dal suo dispotico direttore, un “cooler” (mestiere che consiste nell’interrompere il flusso di energia positiva dei giocatori vincenti con la sola presenza al tavolo; in sintesi, un porta-sfiga) s’innamora di una bella cameriera e vorrebbe darci un taglio.
Secondo film del sudafricano Wayne Kramer, che ottenne un buon successo al Sundance Film Festival 2003 e arrivò a ottenere addirittura una nomination all’Oscar (per Alec Baldwin, attore non protagonista). Noir crepuscolare di piccolo cabotaggio in cui il Caso non è solo il motore, ma anche l’insolito punto di partenza, incentrata sulla bizzarra figura professionale che dà il titolo alla pellicola. Copione corretto (firmato da Kramer e da Frank Hannah), tutto virato sul nostalgico. Come nell’affine “Sydney” (Paul Thomas Anderson, 1996), le atmosfere contano più della trama. Fa strano vedere William H. Macy, il caratterista per eccellenza del cinema americano contemporaneo, in un ruolo da protagonista che lo vede un po’ fuori parte; se la cavano meglio i comprimari Maria Bello (due anni prima di essere scoperta da Cronenberg) e appunto Baldwin, meno bolso e più energico del solito.

Voto: 6

(Ha detto William H. Macy: “Quando abbiamo portato il film nei festival europei, tutti discutevano della sceneggiatura e dei personaggi. Quando l’abbiamo portato in America, tutti non facevano che parlare di quanto stava bene Maria Bello nelle sue scene di nudo”)



Stanca e annoiata, l’ex rockstar Cheyenne decide di mettersi alla ricerca dell’aguzzino nazista che ad Auschwitz umiliò suo padre, morto da poco.
C’è qualcosa di psicologico nelle ragioni del sostanziale buco nell’acqua che è “This must be the place”, l’atteso esordio americano di Paolo Sorrentino dopo i fasti italiani che ben conosciamo. Sono le stesse ragioni del flop di chi, dopo mesi di anticamera, riesce a strappare un appuntamento con la donna dei suoi sogni, vi si presenta elegantissimo e tirato a lucido (cioé giocandosi subito la carta Sean Penn, presente – se non ricordiamo male – in tutte le scene) e poi rivela tutti i suoi difetti appena apre bocca, nella più classica delle ansie da prestazione. Sorrentino ignora deliberatamente, con presunzione non comune, la lezione numero uno del cinema americano, e cioé che ogni stile e ogni forma devono essere sempre messi al servizio di un racconto; rovescia perciò con arroganza le regole e ne finisce schiacciato, dacché le mirabilie tecnico-espressive delle Conseguenze dell’Amore (per esempio) risultano qui già viste, oppure annacquate nella storiella un po’ ammuffita dello straniero alla scoperta dell’America (fin troppo scoperto lo snobistico parallelismo Sorrentino-Cheyenne, per la serie “io, artista che si colloca fuori dal mucchio”; o se preferite, “io sò io e voi nun siete ‘n cazzo”). Dunque il giochino delle auto-citazioni (la cyclette, il pattinatore che inciampa) si rivela ben presto inconcludente e fine a sé stesso, quando Sorrentino deve invece aggrapparsi al Divo – eheh – di turno (un Penn impagabile), al cammeo d’Autore (David Byrne) gettato alla platea come fumo negli occhi, a dialoghi brillanti con cui s’illude di costruire una sceneggiatura decente e dulcis in fundo a qualche idea rubacchiata qua e là per imbastire il suo bel road-movie: i Coen, Wenders, persino lo Sean Penn regista. A Sorrentino auguriamo i migliori successi internazionali, ma urge un bagno di umiltà, perché ora come ora, se se lo trovasse davanti, un Clint Eastwood lo appenderebbe al muro senza perdersi troppo in chiacchiere.

Voto: 5



Stuntman di giorno e di notte autista al servizio della malavita di Los Angeles, si mette nei pasticci per amore della sua vicina di casa, della quale cerca di aiutare il marito appena uscito di galera.
Ottavo film del 41enne danese Nicholas Winding Refn, segnalatosi all’attenzione generale nel 2008 con “Bronson”, biografia di un criminale inglese ancor più feroce del suo protagonista. Quest’anno “Drive” gli è valso il colpo grosso e il grande riconoscimento internazionale (Premio per la miglior regia a Cannes), per un film di violenza iper-realista che schiva ogni luogo comune e ogni facile paragone (per esempio Tarantino, dal quale lo separa un oceano di distanza). Se nella seconda parte si percepisce un certo compiacimento nell’esibizione e nella messa in scena di delitti sempre più efferati, non si può del resto negare l’abilità mostruosa di Winding Refn in cabina di regia, esaltata dall’uso innovativo e mai logorroico di un artifizio (il ralenti) su cui pensavamo si fosse ormai detto già tutto. “Drive” poggia su un intreccio esilissimo (basato sull’omonimo romanzo di James Sallis) e su una sceneggiatura ridotta all’osso ma comunque molto compatta, che riesce a mantenere la tensione anche riducendosi nel finale a un lungo elenco di esecuzioni. La tensione, si diceva: esiste, è palpabile e sta tutta nel senso del dovere e della responsabilità morale che ognuno di noi possiede verso una certa cosa o una certa persona; un sentimento insopprimibile nel nome del quale tutti – anche il nostro eroe – siamo in un certo senso costretti ad agire. Per contare tutti i momenti memorabili ci vogliono almeno due mani. Colonna sonora clamorosa quasi interamente composta da Cliff Martinez, in cui spicca – in una scena da applausi – “Oh My Love” del pesarese Riz Ortolani. I fan di “Mad Men” riconosceranno qualcuno.

Voto: 7,5

(Ryan Gosling prese il posto di Hugh Jackman, che era stato originariamente scelto per interpretare il protagonista)
(Nonostante il film, il regista Nicolas Winding Refn non è propriamente un amante dei motori. Non ha la patente ed è stato bocciato per 8 volte all’esame di guida)
(Nella locandina USA del film viene utilizzata la stessa tagline usata per “Non è un paese per vecchi”: “There are no clean getaways”)
(Nel film compaiono, ben nascosti, due scorpioni: sapreste individuarli?)

Carnage (Roman Polanski, 2011)



Una coppia di ricchi newyorkesi fa visita ai due genitori del ragazzo che il loro figlio ha appena picchiato con un bastone.
Sembra di vederlo Roman Polanski, nei suoi pomeriggi svizzeri tutti uguali, cui non può sfuggire a causa delle sue note, tristissime vicende giudiziarie; sembra di vederlo che scrive e forse anche dirige “Carnage”, che sembra proprio un divertissement per combattere la troppa noia. E’ un Polanski divertito e persino divertente, che prova un gran gusto nel fare da burattinaio a star planetarie e costringerle agli urlacci, al turpiloquio, al vomito (scena destinata al cult imperituro, affinché sia finalmente chiaro a tutti che straordinario pezzo di attrice sia Kate Winslet). Non c’è nulla di innovativo né di troppo rivoluzionario in questo scientifico gioco al massacro che ha illustri predecessori nella storia del teatro-cinema, rispettando rigorosamente le unità di luogo, tempo e azione come già succedeva, per esempio, in “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, alcolica discesa agli inferi dei coniugi Liz Taylor e Richard Burton che rappresentò l’esordio al cinema di Mike Nichols nel 1966. Dalla pièce della francese Yasmina Reza, Polanski trae però un film impeccabile nella forma, pungente nei dialoghi, convincente nella direzione degli attori e infallibile nel ritmo: a parte un minimo di italica perplessità avendo pagato per intero il biglietto del cinema per vedere un film che dura appena 75 minuti, basta e avanza per rimanere soddisfatti. I temi universali dell’infelicità e del male di vivere declinati nell’epoca delle case farmaceutiche, degli smartphone e delle missioni umanitarie: nessuno è innocente e non è certo un caso che sia Polanski a volercelo ricordare. Impossibile sottrarsi alla sfida incrociata tra i quattro ottimi protagonisti: per noi vince a sorpresa Christoph Waltz, che si spoglia dei panni del colonnello Hans Landa per calarsi con agio e naturalezza nel ruolo di un flemmatico e irresistibile figlio di puttana.

Voto: 7

(Cammeo di Roman Polanski nella parte del vicino che apre la porta per dare un’occhiata a cosa sta succedendo nel pianerottolo)



Anni ’70: Samuel “Asso” Rothstein, giocatore professionista che con le sue vincite fa la fortuna di una famiglia mafiosa, viene promosso alla direzione del Casinò Tangiers a Las Vegas.
Secondo film dell’accoppiata Martin Scorsese-Nicholas Pileggi, che già nel 1990 aveva prodotto “Quei bravi ragazzi”. “Casinò” ne è il seguito ambientato nel Far West, in quell’assurda cattedrale nel deserto (del Nevada) che è Las Vegas. I personaggi non sono realmente esistiti, ma la storia è liberamente ispirata alla vita di Frank Rosenthal, l’imprenditore colluso con la mafia che gestì per una decina d’anni il casinò Stardust e visse molte delle vicende raccontate nel film (l’attentato fallito, il rapporto burrascoso con la moglie). Mastodontico, tendente alla bulimia e al gigantismo scenico e narrativo (ma le quasi tre ore di durata volano via come un bicchiere d’acqua), “Casinò” è magnificamente scorsesiano per la sua generosità, per la sua violenza non solamente fisica, per il suo ritmo infallibile, per la maestria con cui sa fondere immagini e musica dando vita a sequenze sbalorditive (se in “Goodfellas” era da tramandare ai posteri la lunga scena sulla piano exit di “Layla” di Eric Clapton, qui i momenti più alti arrivano sulle note di “The House of the Rising Sun”). Ennesima scarica di picconate sul sogno americano, Scorsese si diverte quasi infantilmente a mostrarci il lato sporco e corrotto del suo paese, scatenandosi allo stesso tempo in una ricerca dell’eccesso e del barocco (la soggettiva impossibile della narice che sniffa la coca) che non può non estasiare. Trattandosi di un film ambientato a Las Vegas, è una soluzione addirittura doverosa. De Niro (ben doppiato da Gigi Proietti), raramente così efficace, limita le gigionerie e lascia spazio a un Joe Pesci sontuoso e alla miglior Sharon Stone della carriera, addirittura premiata con la nomination all’Oscar. E’ il miglior film “minore” di Scorsese, tra quelli per cui antepose gli interessi di cassetta a quelli artistici.

Voto: 7,5

(E’ il film che detiene il record mondiale del maggior numero di volte in cui viene pronunciata la parola “fuck” e le sue derivazioni: in tutto 422, per una media di 2,4 volte al minuto)
(Fu una grande sofferenza per Sharon Stone girare alcune scene all’interno del casinò: soffriva da tempo di mal di schiena a causa di un vecchio incidente e fu costretta a indossare un abito che pesava oltre 20 chili)
(Frank “Lefty” Rosenthal, l’uomo a cui è ispirato il personaggio di De Niro, avrebbe voluto Richard Widmark a interpretare quella parte. Ma Widmark aveva già 80 anni…)
(Scorsese aveva pensato alla famosa e crudissima scena della “testa nella pressa” in quest’ottica: l’aveva realizzata pensando che sarebbe stata sicuramente censurata, ma che in cambio la MPAA avrebbe lasciato nel prodotto finale molte altre scene piuttosto violente. Ma a sorpresa la MPAA non mosse obiezioni neanche per quella scena, che fu invece tagliata dalla versione distribuita nei cinema svedesi: a oggi è l’ultima operazione di censura attuata in Svezia)
(Quando venne a sapere che Scorsese era interessato a lavorare con lui, James Woods telefonò all’ufficio del regista e lasciò in segreteria il seguente messaggio: “In qualunque momento, in qualunque posto, per qualunque parte, per qualunque stipendio”)

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