
Stanca e annoiata, l’ex rockstar Cheyenne decide di mettersi alla ricerca dell’aguzzino nazista che ad Auschwitz umiliò suo padre, morto da poco.
C’è qualcosa di psicologico nelle ragioni del sostanziale buco nell’acqua che è “This must be the place”, l’atteso esordio americano di Paolo Sorrentino dopo i fasti italiani che ben conosciamo. Sono le stesse ragioni del flop di chi, dopo mesi di anticamera, riesce a strappare un appuntamento con la donna dei suoi sogni, vi si presenta elegantissimo e tirato a lucido (cioé giocandosi subito la carta Sean Penn, presente – se non ricordiamo male – in tutte le scene) e poi rivela tutti i suoi difetti appena apre bocca, nella più classica delle ansie da prestazione. Sorrentino ignora deliberatamente, con presunzione non comune, la lezione numero uno del cinema americano, e cioé che ogni stile e ogni forma devono essere sempre messi al servizio di un racconto; rovescia perciò con arroganza le regole e ne finisce schiacciato, dacché le mirabilie tecnico-espressive delle Conseguenze dell’Amore (per esempio) risultano qui già viste, oppure annacquate nella storiella un po’ ammuffita dello straniero alla scoperta dell’America (fin troppo scoperto lo snobistico parallelismo Sorrentino-Cheyenne, per la serie “io, artista che si colloca fuori dal mucchio”; o se preferite, “io sò io e voi nun siete ‘n cazzo”). Dunque il giochino delle auto-citazioni (la cyclette, il pattinatore che inciampa) si rivela ben presto inconcludente e fine a sé stesso, quando Sorrentino deve invece aggrapparsi al Divo – eheh – di turno (un Penn impagabile), al cammeo d’Autore (David Byrne) gettato alla platea come fumo negli occhi, a dialoghi brillanti con cui s’illude di costruire una sceneggiatura decente e dulcis in fundo a qualche idea rubacchiata qua e là per imbastire il suo bel road-movie: i Coen, Wenders, persino lo Sean Penn regista. A Sorrentino auguriamo i migliori successi internazionali, ma urge un bagno di umiltà, perché ora come ora, se se lo trovasse davanti, un Clint Eastwood lo appenderebbe al muro senza perdersi troppo in chiacchiere.
Voto: 5

Ho scoperto oggi questo sito molto interessante e coraggioso nelle recensioni
Complimenti
Piccolo appunto da grafico: l’indice sulla sinistra con i link di colore grigio su fondo rosso bruno sono illeggibili. Fate qualcosa.
Saluti
Guglielmo
Sono io che appenderei te al muro, per i coglioni.
Ci vuole un buona dose di supponenza unita a una scarsa dotazione di materia grigia per stroncare in maniera così puttanesca un film originale e fuori dalle convenzioni come questo!
Siete talmente lobotomizzati da pessimo cinema yankee da non saper più distinguere la merda da un bignè.
Tu hai un urgente bisogno di scopare ragazzo mio, lascia ad altri le recensioni…
@Guglielmo: grazie dei complimenti, sulla grafica tocchi un tasto dolente, perché dopo 5 anni con lo stesso sfondo volevo cambiare qualcosa ma mi sono reso conto di aver combinato un pateracchio. Sto meditando seriamente di tornare alle origini.
@Zen: qua la mano, amico! Hai davvero controbattuto in maniera esauriente punto per punto alle mie osservazioni. E la puttanesca è anche uno dei miei piatti preferiti!
P.S. “Siete” chi? “Non ci sono che io, qui!” (cit.)
Per quanto io pensi che questo, tutto sommato, sia un film godibile, non riesco proprio a capire cosa zen ci abbia trovato di originale.
Che dirti Lorenzo, forse anche tu come me hai urgente bisogno di scopare.
PS: questo film è originale nella misura in cui lo sono tutti i film di Pupi Avati. Per dirne una, la scena in cui Sean Penn è costretto a fermarsi per strada davanti a una gigantesca bottiglia che gli ostruisce il passaggio è pari pari quella dell’alce in “Una storia vera” di Lynch.
Non posso che concordare sulla prima asserzione.
Comunque mi diverto sempre molto a leggere i commenti adirati di chi s’imbatte in recensioni sfavorevoli a film di, giusto per citarne uno, Aronofsky. Le cose divertenti sono due: non credevo che tanta gente avesse visto Pi, e soprattutto la libertà con cui ti offendono per l’aver liberamente criticato un film.
Ahah, su Aronofsky ormai ho perso le speranze da un pezzo ma non me ne perdo uno proprio per questo motivo