Archive for novembre, 2011




Uno scrittore fallito beve, beve, beve; il fratello e la fidanzata provano invano a coinvolgerlo in un fine settimana cui lui si sottrae, covando propositi auto-distruttivi.
Poderoso dramma a firma Billy Wilder che, nella sua natura di spot ante-litteram contro l’alcolismo, trovò i favori dell’Academy e si issò addirittura all’Oscar come miglior film (e altri tre ancora, tra cui quello per Ray Milland come miglior attore protagonista). Nonostante qualche scivolone mélo facilmente perdonabile e alcuni passaggi retorici (probabilmente imposti da una morale comune bacchettona che non tollerava finali alternativi, poco intonati alla necessità di contenere un “messaggio”), è un’opera di grande intensità e coraggiose punte di barocchismo espressivo che danno vita a momenti altissimi (la sequenza in ospedale; il delirium tremens con le grottesche apparizioni del topo e del pipistrello), con un uso rimarchevole della profondità di campo. A quasi settant’anni di distanza dalla sua realizzazione, rimane un esempio nel come si rappresenta una dipendenza. Ferocemente, senza sconti o metafore, ma mettendo in scena, ossessivamente ma con eleganza, l’unico oggetto del desiderio: la bottiglia. Musiche ansiogene e onnipresenti di Miklos Rosza, che aumentano il senso d’angoscia. In questa tragedia che si svolge quasi totalmente tra quattro mura, una parte non marginale spetta anche a una New York insolitamente (per i tempi) ostile: è quasi superfluo sottolineare come Wilder sia in questo caso precursore del cinema americano che arriverà trent’anni dopo.

Voto: 7,5



Di come Sir Thomas More non volle mai avallare la legittimità del divorzio del suo sovrano Enrico VIII, non volendo ammettere la supremazia del Re sulla Chiesa Cattolica, e di come la sua integrità morale lo condusse alla forca.
Dramma energico e appassionato a firma Fred Zinnemann, il regista viennese qui al suo ultimo acuto dopo aver diretto negli anni ’50 classici come “Mezzogiorno di fuoco” e “Da qui all’eternità”; trasposizione cinematografica di una fortunata produzione teatrale che aveva protagonista lo stesso Paul Scofield. E’ evidente l’influenza shakespeariana sul testo di Robert Bolt, che riflette acutamente sul potere e sugli effetti irrimediabilmente drammatici che derivano dallo scontro di due morali, di due ideali, di due modi di intendere la Legge. Girato e portato in scena senza grande fantasia, con minime variazioni rispetto all’originale di Bolt, è un’opera che si fa piacevole col passare dei minuti e l’intensificarsi del racconto, dopo una prima fase un po’ ostica a causa dei continui riferimenti alla società inglese cinquecentesca, che ne frenarono il successo oltre Manica. Cinque Oscar (film, regia, Paul Scofield, sceneggiatura non originale, fotografia) in un anno senza capolavori indiscussi; Robert Shaw (doppiato da Oreste Lionello) fa un Enrico VIII decisamente sopra le righe che giunse alla nomination come attore non protagonista con due sole scene all’attivo.

Voto: 7-



Le ragioni del lunghissimo ciclo politico di Silvio Berlusconi possono risiedere in una specie di dittatura dell’immagine televisiva, altrimenti definita “videocrazia”, sviluppata e alimentata scientificamente in oltre trent’anni?
Nei giorni della probabile fine dell’esperienza governativa di Berlusconi torna d’attualità – trasmesso dall’emittente più equilibrata e sensibile dell’intero panorama televisivo italiano – questo documentario del 2009 dell’italo-svedese Erik Gandini. Si stagliano tre figure fondamentali: Ricky, 26enne idiot savant che illustra, nella sua ingenua umiltà, argomenti altre volte delegati al sociologo o al massmediologo di turno; Lele Mora ovvero il Vuoto, rappresentato grazie anche a una felice scelta scenografica come uno spaventevole e mellifluo Omino Bianco; Fabrizio Corona ovvero il Male, “Robin Hood che ruba ai ricchi per dare a sé stesso”, in verità molto meno ipocrita delle sue vittime nell’ammettere che sì, lui sfrutta sfacciatamente la loro idiozia e ne svela la pochezza, colpendoli dove fa più male: i soldi, l’immagine. “Videocracy” ha un inizio promettente, in cui l’utilizzo à la Blob del classico materiale di repertorio è ridotto al minimo e cede il passo a momenti di straniante vertigine domestica (i provini delle veline, neorealismo e videoclip in una botta sola); poi il ritmo inguaribilmente lento si combina con una fastidiosa ridondanza e il tutto non convince proprio quando dovrebbe, nel passaggio cruciale dalla videocrazia alla politica. Berlusconi è rappresentato come tutta plastica e zero personalità, distributore automatico di baci e sorrisi senza carisma, quando è ormai evidente che così non è (è storia di questi giorni, di queste ore) anche ai suoi più accaniti oppositori. Portato in palmo di mano dall’antiberlusconismo più sloganistico e deteriore, quando invece, per combattere il cosiddetto Nemico, ci vorrebbero più che mai idee forti e autonomia di pensiero; ma questa non è una colpa di Gandini.

Voto: 6-



Budapest: due commessi di un negozio di articoli da regalo si amano per corrispondenza ma si trovano insopportabili di persona. Ma naturalmente, la loro relazione epistolare dovrà pur trasformarsi in qualcosa di meglio…
Dalla pièce “Parfumerie” dell’ungherese Miklos Laszlo. Grande classico della screwball comedy hollywoodiana nonché uno dei film più noti e cristallini di Ernst Lubitsch, penalizzato nella versione italiana da uno strambo doppiaggio con marcata inflessione americana (specialmente nel personaggio di James Stewart). Gli incroci fortuiti, gli equivoci, l’amore e tutti gli altri buoni sentimenti; ma anche una malinconia esistenziale di fondo (la scena del tentato suicidio del signor Matuschek è un momento straniante e quasi disturbante, che oggi difficilmente troverebbe posto in una qualsiasi produzione americana) e un malessere “sociale” facilmente adattabile ai giorni nostri, con lo spettro della disoccupazione che aleggia anche nell’isola felice di una commedia sentimentale. Una batteria di ottimi caratteristi al servizio di una sceneggiatura meno scoppiettante del solito, ma di danubiana solidità nel costruire i due personaggi principali e renderli credibili anche senza battute da copertina (la scena al tavolo del caffé). Il film più importante della sfortunata Margaret Sullavan, attrice dalla breve carriera che soffrì a lungo di disturbi uditivi e depressione fino a morire nel 1960, per overdose di barbiturici. Nel 1998 fu omaggiato di un remake non dichiarato ma evidentissimo, quel “C’è posta per te” in cui Meg Ryan e Tom Hanks s’innamorano via e-mail.

Voto: 7,5



Il buon vecchio Royal Tenenbaum, determinatissimo a riconquistare l’affetto della sua famiglia, si finge malato di cancro per poter rivedere sua moglie e i suoi tre figli di talento. Ma molto è cambiato.
Terzo film del texano Wes Anderson, il più ricoperto di complimenti e onori (su tutti un Golden Globe a Gene Hackman, titanico). Caleidoscopio folle che copre uno spettro vastissimo di emozioni e aggettivi, dallo stiloso al grazioso, dal nostalgico allo schizzato, spesso geniale (una scena su tutte: Richie che tenta il suicidio con “Needle in the Hay” di Elliott Smith in sottofondo). Anderson ama i suoi personaggi in modo incondizionato e questo fa la differenza rispetto a molte altre commedie programmaticamente “squinternate” a tavolino, anche se fra le righe traspare un certo compiacimento nello scegliere sempre la strada più originale e bizzarra. Forma ricercata e grande gusto dell’inquadratura, Anderson tocca le corde giuste centrando spesso lo sguardo, il gesto, il silenzio lungo quanto basta (altre volte non ne sarà altrettanto capace e scivolerà fatalmente nella maniera), sfruttando al meglio la grande squadra di caratteristi al suo servizio: del grande Hackman abbiamo detto, ma gli sono all’altezza Anjelica Huston e Luke Wilson. Nel filone un po’ abusato delle commedie familiari made in USA ha fatto da apripista a un sotto-genere, ma risulta quasi inimitabile nella rappresentazione dell’infelicità e della depressione come mali di origine e motivazione spesso fanciullesca. Con riflessioni acute sul talento e sul fastidio incommensurabile che provoca il vederlo sperperato. Gioiellino.

Voto: 7+

(Il personaggio di Danny Glover è disegnato a immagine e somiglianza dell’allora segretario ONU Kofi Annan, dopo che Glover – che conosceva Annan – l’aveva presentato a Wes Anderson durante un convegno)
(Il cane si chiama Buckley in omaggio a Jeff Buckley)



Dopo un estemporaneo sfoggio di onestà professionale, il procuratore sportivo Jerry Maguire viene liquidato senza tanti complimenti dalla sua azienda e si ritrova in mezzo a una strada. Gli unici a seguirlo sono il più scarso tra i suoi assistiti e una mite segretaria, da sempre innamorata di lui.
Altrove in questo blog si è parlato delle circostanze, difficili da spiegare razionalmente, che fanno sì che il californiano Cameron Crowe, regista anonimo e sceneggiatore spesso intollerabilmente ruffiano, riesca sempre più o meno a confezionare dei bei film. Non fa eccezione “Jerry Maguire”, a cui non manca nessuna delle lacune che tanto mandano in bestia la critica più paludata: una storia fin troppo buonista, dialoghi zuccherosi, una recitazione sopra le righe. Eppure ci si affeziona, incomprensibilmente, inevitabilmente: potrebbe essere questione di dettagli, una battuta felice, uno sguardo di un’incantevole Renée Zellweger con i suoi occhioni sgranati, una “Secret Garden” di Bruce Springsteen infilata a tradimento (sì, ecco una qualità indiscutibile di Crowe: sa costruire come pochissimi una soundtrack). Questo film dall’allure clintoniana tipicamente anni ’90, crepitante d’ottimismo come un bel camino acceso d’inverno, riscalda e potrà perfino risultare consolante in questi giorni di crisi e di maltempo. Si fa ben volere anche per i suoi difetti, come per esempio un Tom Cruise magrissimo al limite del sopportabile o la performance da “bovero negro dando simbatigo” di Cuba Gooding Jr., che nel 1996 scippò a Edward Norton la statuetta come miglior attore non protagonista: uno degli Oscar più scandalosi della storia.

Voto: 6,5

(Con questo film Tom Cruise stabilì per primo il record di 5 film consecutivi ad aver incassato oltre 100 milioni di dollari)
(Per il ruolo di Dicky Fox Cameron Crowe avrebbe fortemente voluto Billy Wilder. Wilder aveva inizialmente dato il suo consenso, ma si tirò indietro il giorno prima dell’inizio delle riprese. Crowe, grande fan di Wilder, aveva modellato il personaggio di Dorothy ispirandosi a quello di Shirley MacLaine ne “L’appartamento”)
(Per il ruolo di Dorothy furono prese in considerazione anche Courtney Love, Uma Thurman, Nicole Kidman e Cameron Diaz e fu sottoposta a provino anche Mira Sorvino)

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.