La grama esistenza di Brandon Sullivan, che coltiva la sua ossessione per il sesso in tutte le sue forme abitando, solo e ramingo, in un appartamento al centro di New York.
Secondo film del 42enne londinese Steve McQueen, messosi in luce nel 2008 con l’opera prima “Hunger” che gli valse la Caméra d’Or a Cannes. Film senza speranza e senza vero interesse se non di facciata, imprigionato in un’estetica modaiola in cui l’analisi dei presunti problemi socio-sessuali del maschio wasp contemporaneo si ferma alla superficie, come farebbe oggi un Adrian Lyne un filo più intellettualoide (anche se forse lui non si sarebbe fatto mancare la morbosa scena d’incesto fratello-sorella. C’è sempre da imparare). “Shame” è a lungo una pellicola inguardabile, classico esempio di film-scandalo nella sua forma deteriore, cibo per festival cinematografici in declino (Venezia, per non fare nomi) con le sue camere fisse e i suoi irritanti dialoghi improvvisati. “Sono le azioni che contano, non le parole”: ma “Shame” resta a lungo piombato al suolo e riesce a sollevarsi faticosamente dalla sua inerzia solamente nel disperato finale, che pure non evita di cadere nella maniera. Il problema di fondo è che – in quest’ispezione clinica negli abissi della sex-addiction – manca ogni traccia di discorso costruttivo, di variazione sul tema o di semplice compassione (per non parlare dell’ironia, del tutto inesistente). Nota di demerito per un Michael Fassbender dalla marmorea monoespressività, invano sostenuto da una Carey Mulligan sempre luminescente e meritevole di miglior sorte. Per un confronto, si riguardi il bellissimo “A single man” (Tom Ford, 2009), opera forte e appassionata sulla solitudine esistenziale che avrebbe molto da insegnare a McQueen anche nella costruzione dei personaggi e nella gestione degli spazi. “Shame” è invece solo un film pretenzioso e autoreferenziale, che non riesce a rivolgere lo sguardo e il pensiero al di là del proprio ombelico (o forse un po’ più giù).

Voto: 4,5

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