Archive for febbraio, 2012




Giugno 1941: la scalcagnata unità navale Garibaldi approda a Megisti, una sperduta isoletta nel mar Egeo, con il compito di occuparla e proteggerla da eventuali attacchi nemici.
“Dedicato a quelli che stanno scappando”. Capitolo conclusivo della “trilogia della fuga” di Gabriele Salvatores iniziata con “Marrakech Express” (1988) e proseguita con “Turné” (1990), è il più debole e macchiettistico dei tre. Con l’escamotage narrativo un po’ trito del ritorno al passato (solo due anni prima ne aveva fatto manbassa il pur ottimo “Nuovo Cinema Paradiso”, per rimanere in tema di Oscar), Salvatores non si discosta granchè dai suoi temi prediletti: il viaggio, gli amici, la fuga dalle responsabilità nell’impossibilità di “cambiare il mondo” (dicono proprio così, gli otto naufraghi inconsapevolmente pre-sessantottini). Si parla del passato per rappresentare lo sconsolante presente dei primi anni ’90, con la disillusione privata e politica come nodi centrali del racconto. Il clima buzzatiano di attesa scivola presto nel classico immaginario salvatoresco: le partite di calcio sulla spiaggia, le canne ante-litteram, il solito cameratismo maschilista. Non mancano comunque i frammenti ispirati in un’opera stilisticamente molto più curata delle precedenti, grazie alla fotografia di Italo Petriccione e alle musiche di Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani. Sorprendente Oscar come miglior film straniero nel 1992, beffando il ben più quotato “Lanterne rosse” di Zhang Yimou: mettendo per un attimo da parte l’orgoglio patrio, si tratta di una delle vittorie più incomprensibili e astruse nella storia dell’Academy?

Voto: 6-



Jackson (Mississippi), primi anni ’60: i neri sono discriminati e sono allo studio proposte di legge per istituire bagni per sole persone di colore. Una giovane e intraprendente giornalista decide di raccogliere in un libro le esperienze di vita delle domestiche di amici e conoscenti.
Secondo film del 42enne Tate Taylor, originario di Jackson, la capitale del Mississippi dov’è ambientato il film. Edificante polpettone in salsa liberal, diretto col brio di un tv-movie pomeridiano di Canale 5. Classico prodotto griffato Disney, buonista e retorico, ben recitato da un cast tutto al femminile tra cui spiccano la corpulenta Octavia Spencer (in predicato di vincere l’Oscar come miglior attrice non protagonista) e la nuova stellina di Hollywood Emma Stone, che sembra in possesso delle basi per costruirsi una credibile carriera alla Julia Roberts. Il nobile tema della lotta alla discriminazione razziale è trattato con inventiva da catena di montaggio, con robuste citazioni dei classici del genere (“Il colore viola” di Spielberg su tutti) e buoni sentimenti a cascata, in un’ambientazione in cui la cattiveria è monopolio della Donna Bianca e i personaggi hanno tutti psicologie da fumetto. Comunque gradevole, nonostante la durata extra-large (2h26′), grazie anche a un’apprezzabile ricostruzione d’epoca.

Voto: 5,5



Finito di colpo sull’orlo della vedovanza, un mite avvocato si vede costretto a badare alle sue due figlie – oltre che a sé stesso. Farà i conti con inattesi segreti sulla sua consorte e si scoprirà meno grigio di quel che credeva.
Quinto film di Alexander Payne che torna alla regia dopo una pausa di sette anni, riproponendo il suo genere prediletto (la commedia malinconica), trattato con il consueto tocco lieve, felpato e così poco tipicamente americano. “Paradiso amaro” (ma molto meglio il titolo originale “The Descendants”) è anzitutto un’opera d’altri tempi nell’invitare e incoraggiare la riflessione senza ricorrere a scorciatoie. L’uomo qualunque George Clooney (che potenzialmente è ognuno di noi) diventa grande senza beaux gestes, senza strepiti o scene madri, dacché assumersi delle responsabilità non ha mai avuto nulla di eroico, ma è una fase obbligata e assai gradita per tutti gli uomini che aspirano a definirsi tali. Normalmente, muore persino della gente; e la carta vincente del film è proprio questa ostentata, magnifica normalità. Il tema del passaggio all’età adulta si accompagna a discettazioni sul nostro “posto nel mondo”, per esempio in rapporto alla natura che ci circonda e agli obblighi verso le future generazioni: sono le parti meno convincenti, poichè interrompono il rovello interiore del personaggio di Clooney (che, ripetiamo, siamo tutti noi) per mostrarcelo improvvisamente risoluto e decisionista (vedi la telefonatissima scena della “mancata firma”).
Come nel precedente “Sideways” (il suo miglior film), Payne evita con finezza le banalizzazioni e gli stereotipi del genere e per cento minuti fa l’equilibrista sul filo sottile tra dramma e commedia, spesso annullandone la differenza (tanto che in alcuni momenti è anche difficile cogliere la distanza tra comico e tragico). Più bravo come regista che come scrittore, il suo cinema è una questione di tempi e di sguardi, di punti di ripresa, di montaggio invisibile ma decisivo. George Clooney perfettamente intonato. Com’è bella l’ultima inquadratura.

Voto: 7



Un anno nella vita del professor Paul Ashworth – no, meglio: una stagione calcistica nella vita del professor Paul Ashworth. Ma non una qualsiasi; precisamente, LA stagione 1988-89.
Dall’omonimo romanzo di Nick Hornby. Probabilmente il più bel film mai realizzato su quello è che altrettanto probabilmente lo sport più bello del mondo, fortemente debitore a una realtà romanzesca che in quella primavera del 1989 superò di gran lunga l’immaginazione del più fervido degli sceneggiatori: prima la più grande tragedia della storia del calcio inglese (consumatasi a Hillsborough, Sheffield il 15 aprile), poi il crollo sportivo dell’Arsenal che non vinceva il titolo da 18 anni e infine l’incredibile epilogo ad Anfield Road, con il gol decisivo segnato a tempo scaduto da Michael Thomas (in Italia accadde qualcosa di simile solo nel 1973, con il gol di Cuccureddu a 3 minuti dalla fine del campionato che diede lo scudetto alla Juventus mentre il Milan crollava nella fatal Verona). Terminato il necessario excursus sportivo, resta da parlare del film: “Febbre a 90°” è un piccolo film senza pretese, girato con pochi mezzi e grammatiche televisive, ma comunque sincero e appassionato, genuino fino a diventare naif, con un Colin Firth impagabile e tanti bravi attori di contorno (a cominciare dall’amico Mark Strong, visto nel recentissimo “La talpa”). E’ un lungo sogno sul pallone come dovrebbe essere, passionale e affidabile compagno di viaggio con cui crescere e in cui rifugiarsi all’occorrenza, stagione dopo stagione. Messaggio di fondo banale ma inattaccabile: non è mai finita finché non è finita. Film di culto per tutti gli appassionati di calcio, che si ritroveranno ad annuire istintivamente in molti passaggi, a cominciare dalla reazione rabbiosa riservata alla più insensata delle frasi: “E’ solo un gioco”.

Voto: 7



Durante una gita al largo delle isole Eolie, Anna scompare improvvisamente. Il suo compagno Sandro e la sua amica Claudia iniziano le ricerche, che proseguono con sempre minor convinzione.
Sesto film di Michelangelo Antonioni e primo capitolo della cosiddetta “trilogia dell’incomunicabilità” con cui il regista ferrarese raggiunse il successo internazionale nei primi anni ’60. Dietro il paravento di un finto giallo la cui artificiosità è evidente già dopo poche battute, è uno dei film più velenosi e graficamente violenti che (insieme al suo coetaneo “La dolce vita”) interruppero la quiete borghese all’inizio del decennio del boom, tanto da meritarsi persino un sequestro per qualche giorno per opera della Procura di Milano, che lo accuso di oscenità e impose l’oscuramento di cinque brevi sequenze. Opera spietata, ben poco costituzionalmente italiana nel non concedere attenuanti o vie di fuga ai suoi personaggi, vittime e anzi schiavi del paesaggio siciliano (fotografato memorabilmente da Aldo Scavarda) e della natura animalesca che si riverbera anche nei suoi abitanti. Antonioni dà dignità al dolore e alla solitudine come condizioni esistenziali permanenti, fuggendo dalla scorciatoia consolatoria di ridurli a semplici accidenti curabili come una malattia: e infatti di Anna, che esce di scena dopo mezz’ora, non se ne saprà più niente, lasciando un vuoto che in un certo senso è il vero protagonista del film. Finale amarissimo, splendida Monica Vitti. Prima tappa di un percorso che rese Antonioni regista “difficile” e impopolare, classico feticcio da cinéphiles seguito pochissimo dalle masse (cui dà voce Gassman in una famosa battuta del “Sorpasso”). La chiave della sua poetica aspra e rigorosa sta in una battuta rivelatrice di Lea Massari a inizio film: “Quando sei da solo pensi quello che vuoi, come vuoi… mentre quando qualcun altro è lì davanti a te, è tutto lì… capisci?”. Si riferisce alle relazioni di coppia, ma è una frase che può valere perfettamente per il suo modo di fare cinema.

Voto: 7,5



Svezia: un giornalista economico si dimette dalla direzione del suo periodico dopo essere stato condannato per diffamazione verso un potente finanziere. Per risalire la china accetta di indagare sulla scomparsa della nipote di un ricco imprenditore, avvenuta quarant’anni prima. Nel frattempo, la hacker Lisbeth Salander…
Il grande successo postumo della trilogia “Millennium” a opera dello svedese Stieg Larsson ha già stabilito un piccolo record: in tre anni sono stati già tratti ben due film dal primo capitolo, “The Girl with the Dragon Tattoo” (traduzione italiana un po’ libera ma appropriata, “Uomini che odiano le donne”). Il primo film, diretto da Niels Arden Oplev, era una produzione svedese uscita in Europa nei primi mesi del 2009; ma il pubblico d’oltre oceano, si sa, non guarda nulla che non sia americano, così i produttori statunitensi hanno buon gioco a importare quel che d’interessante viene dal Vecchio Continente. Il remake è stato affidato alle sapienti mani di David Fincher, che da qualche anno ha intrapreso un percorso non troppo lontano da quello di cineasti come Scorsese negli anni ’90, alternando film d’autore a film di cassetta i cui proventi servono a finanziare il successivo film d’autore. “Millennium” – ovviamente – fa parte della seconda categoria: con gioielli come “Seven” e “Zodiac” Fincher ha rifondato il sottogenere “thriller con serial killer” e, nonostante la trasferta svedese, gioca nel suo giardino,  inserendo il pilota automatico e impostando la solita infallibile atmosfera specialità-della-casa (fotografia gelida, montaggio serratissimo, musiche in tono di Trent Reznor); si auto-cita per il sollazzo dei fan ed elargisce stille di classe purissima come la scena della tortura con “Orinoco Flow” di Enya in sottofondo. L’operazione è squisitamente commerciale e dunque non c’è da fare troppo i buongustai: il film tiene tutto sommato decorosamente, malgrado la durata extralarge e almeno un grave errore di miscasting (l’aver affidato la parte principale all’oggettivamente scarsissimo Daniel Craig). Rooney Mara rifà con lo stampino il personaggio già nobilitato da Noomi Rapace e insomma tutti vivono felici e contenti, spettatori compresi. Un Fincher minore per esigenze di botteghino (cfr. “Panic Room”, 2002), ma è pur sempre Fincher. Notevolissimi e già cult i titoli di testa: se siete impazienti, potete goderveli nel video qua sotto.

Voto: 6,5



Parigi 1931: dietro l’orologio della stazione di Montparnasse vive il piccolo Hugo Cabret, orfano e accudito (si fa per dire) solo da uno zio ubriacone, che sogna di far rivivere l’automa rimesso a nuovo da suo padre, fine orologiaio, morto nel rovinoso incendio del 1895.
Dalla graphic novel “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick (da cui provengono numerosi spunti). E dunque anche Martin Scorsese, a 69 anni e dopo 21 film, si cimenta con il 3D e con la fiaba di stampo disneyano, tornando al contempo a ricordare e celebrare la storia del cinema a sette anni dal bello e controverso “The Aviator”. Delle asperità di quel film, che raccontava i successi e i fantasmi del produttore Howard Hughes, “Hugo Cabret” non ha proprio nulla: è un’opera pianeggiante con frammenti di didascalica piattezza, colpa di una sceneggiatura insufficiente (a firma John Logan, già autore in passato di copioni tagliati con l’accetta come “Il gladiatore”, “Ogni maledetta domenica” e “L’ultimo samurai”), con espedienti narrativi assai bolsi come quello del doppio incubo (quante volte l’abbiamo già visto?). Scorsese liquida nel primo quarto d’ora il 3D facendone un uso oleografico e superficiale, autorizzando il sospetto che si sia servito dello strumento solo per sottolineare snobisticamente la superiorità artistica (morale?) dei vecchi trucchi di mastro Georges Méliès (1861-1938). Che poi il film sia molto affascinante, non c’è dubbio: i viaggi con la macchina del tempo sono sempre una delizia e uno spasso per chi è padrone della materia e sa orientarsi tra i tanti omaggi che Scorsese profonde a piene mani (si vede per esempio, Justus D. Barnes che spara verso gli spettatori nell’ultima scena di “Assalto al treno”, citata da Joe Pesci nell’inquadratura finale di “Goodfellas”). Ma agli altri, cosa rimane? Una deriva citazionista che sempre più cinema utilizza come via di fuga dalla realtà, dalle storie e dalla creatività, che inizia a diventare preoccupante se inizia a essere una strada battuta anche dai Maestri. Insomma, al passo d’esordio in un genere problematico come il film per ragazzi, il totem Scorsese ha scelto – inconsapevolmente o meno – la strada della calligrafia e dello spielberghiano andante. Da più parti si urla al capolavoro, ma a noi non è piaciuto. Forse saremo conservatori anche noi?

Voto: 5,5



A Ginevra il vecchio e malandato maestro Akiva Liebskind sfida il giovane e arrogante allievo Pavius Fromm per il Campionato del Mondo di scacchi. Entrambi russi, ma molto diversi: uno è l’uomo del Cremlino, l’altro è un dissidente da anni in esilio a Ovest.
Produzione franco-svizzera e opera prima del parigino Richard Dembo (che scivolerà presto nel dimenticatoio): nel 1984 vinse addirittura l’Oscar per il miglior film straniero, osannato oltre i suoi meriti in piena epoca reaganiana. Dramma con venature thriller (specialmente attorno alla scacchiera), scritto con perizia, buon uso della tensione e una certa pulizia, anche se diretto in modo non certamente indimenticabile. La sfida attoriale viene stravinta dal solito impeccabile Michel Piccoli, che sovrasta il giovane Alexandre Arbatt, attore franco-moscovita a tratti insopportabile. La vicenda raccontata è di fantasia ma si ispira alla memorabile sfida tra l’ultra-sovietico Anatoly Karpov e l’ebreo russo Viktor Korchnoi, andato in scena a Baguio City (Filippine) nel 1978: durò tre mesi, terminò 6-5 per Karpov e ci vollero 32 partite (di cui 21 patte), con un infinito corollario di reclami, proteste e situazioni bizzarre (come l’episodio dell’ipnotista, qui fedelmente riportato). Il titolo originale (“La diagonale du fou”) gioca sul doppio significato della parola “fou” in francese: non solo “pazzo”, ma anche “alfiere”.

Voto: 6,5

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