Archivio per marzo, 2012




Costretta per un weekend nell’inospitale Bodega Bay per andare dietro a un bel forestiero, la ricca e capricciosa Melania deve purtroppo fare i conti con una certa quale ostilità di corvi, gabbiani e altre creature volanti del luogo.
Dopo il successo e lo choc provocato in tutto il mondo da “Psyco” (1960), ecco la seconda escursione di Alfred Hitchcock nell’horror puro. Ancora più radicale della precedente, “The Birds” è un’opera insulsa e pretestuosa dal punto di vista della trama e della sceneggiatura, ma possiede una tecnica clamorosamente innovativa, in cui viene per esempio soppressa qualsiasi colonna sonora extra-diegetica e gli inquietanti versi degli uccellacci – creati elettronicamente con un marchingegno chiamato Trautonium – la fanno da padroni da metà film in avanti. Hitch sfoga la sua voglia di grand-guignol con un montaggio invadente e martellante e una regia che è essa stessa il film: rimangono memorabili frammenti come il macabro primo piano sul cadavere con gli occhi cavati o la soggettiva dall’alto degli uccelli che si preparano ad attaccare la città. Anche se l’origine della rabbia pennuta non viene mai spiegata esplicitamente – accrescendo grottescamente il senso di folle angoscia che incombe su tutto il film – si sprecano le allusioni e i sottotesti di natura religiosa e sessuale, incoraggiati dall’indole notoriamente puritana di Hitchcock. Il tema dell’inadeguatezza umana di fronte alla furia della natura (che qui ha tutta l’aria e le sembianze di una punizione divina, non solo perchè arriva “dall’alto”) è alimentato dalla vaga raffigurazione dei due protagonisti come personaggi dissoluti: li interpretano i maldestri Rod Taylor e Tippi Hedren, che formano una coppia di protagonisti di rara inefficacia. Caso più unico che raro di film in cui i titoli di coda – compreso il canonico “The End” – sono del tutto assenti.

Voto: 7



Donna in carriera, 37 anni, sola e infelice, Mavis Gary fa i bagagli e lascia Minneapolis per tornare a Mercury, il paesello della sua adolescenza da bella e invidiata reginetta del liceo. Il capriccioso obiettivo è riconquistare la vecchia fiamma Buddy, nel frattempo sposato con prole.
“25 years and my life is still/trying to get up that great big hill of hope/for a destination”. Quarta commedia dell’ottimo Jason Reitman, a due anni dalla precedente “Tra le nuvole”; la seconda con Diablo Cody come sceneggiatrice, dopo il successo di “Juno”. Dopo aver messo al centro della scena tre personaggi quantomeno insoliti (un lobbista per una multinazionale del tabacco, un’adolescente incinta, il “tagliatore di teste” di una grande azienda) nei precedenti lavori, Reitman batte per la prima volta la strada della verosimiglianza e dell’immedesimazione. Ne esce il suo film più aspro e drammatico, che non mancherà di infliggere più di un colpo basso al pubblico (non necessariamente solo femminile); il ritmo è molto più lento e posato che in passato, adeguandosi al tran-tran dignitosamente squallido (o squallidamente dignitoso?) della profonda provincia del Minnesota. Charlize Theron si conferma attrice il cui valore è quasi all’altezza del fascino. Il copione è a volte prevedibile e telefonato e si snoda attraverso passaggi obbligati che lo spettatore medio anticipa quasi automaticamente, abituato da anni e anni di variazioni sul tema; ma le rappresentazioni dell’infelicità e della disperazione quotidiana – spesso inconsapevole e perciò ancora più traumatica al momento di salire a galla – vanno pienamente a segno e, ancora più importante e meritorio, sono totalmente immerse nel contemporaneo, in questo 2012 in cui “le panchine sono piene di gente che sta male” (il maestro Battiato ci perdoni la citazione indebita). Mavis Gary, alle prese con un malessere di cui giustamente non ci vengono forniti alibi nè pretestuose motivazioni (anche la storia dell’aborto, chissà se è poi vera), non farà nulla per risultare simpatica o compassionevole nè pronuncerà battute memorabili da re-tweet compulsivo; ma nel frattempo il suo è un tarlo che scaverà sotto traccia, diventando una specie di post-it sull’animo di molti di voi che state leggendo e anche un po’ di chi sta scrivendo.

Voto: 7



Nel selvaggio West Bret Maverick si guadagna da vivere tra truffe e partite a poker e ora ha in testa di racimolare i 25 mila dollari necessari a partecipare a un torneo dal primo premio di 500 mila verdoni.
Dopo i tre fortunati capitoli della saga di “Arma letale”, nel 1994 Mel Gibson e il regista Richard Donner si concedono quest’escursione western in cui viene sostanzialmente riproposto lo stesso canovaccio dell’eroe dalla battuta pronta e il grilletto velocissimo. Tutto è prevedibile e molto è gradevole in questa commedia di intrighi, doppi giochi e false piste sul modello della Stangata, tratta da un telefilm anni ’60 di successo in cui il protagonista James Garner è qui il papà di Mel Gibson. Donner dirige con verve e mano ferma e si concede una divertente auto-citazione facendo comparire Danny Glover (ma non svelandolo) in mezzo a una rapina in banca. Cast di supporto niente male con Jodie Foster raramente così frizzante e i due villain Alfred Molina e James Coburn piuttosto divertiti dalla situazione. Prima di perdere la brocca, tutto sommato Mel Gibson era un simpaticone.

Voto: 6+



Simin vuole lasciare il Paese ma suo marito Nader non è d’accordo, non volendo abbandonare il padre malato di Alzheimer; i due devono separarsi, ma con chi va la figlia?
La rivelazione dell’anno 2011 rappresenta un discreto punto di rottura con l’estetica, il simbolismo e le classiche poetiche del cinema mediorientale. Proveniente da uno Stato – l’Iran – che le cronache occidentali descrivono chissà quanto fedelmente come un calderone di tensioni etniche e religiose, il 40enne Ashgar Fahradi (come già aveva fatto nel precedente “About Elly” del 2009) propone uno sguardo laico, animato da un fervore civile insolito e ancor più ammirevole vista la sua nazione d’origine, sulla quotidiana assurdità della burocrazia e di una morale comune che spesso mette in secondo piano la ragione e il buonsenso. Al di là dell’adesione dei suoi abitanti a regole comportamentali e culturali ben diverse dalle nostre, questa Teheran non ha nulla di diverso – sia nell’architettura che nelle relazioni umane e sociali – da una qualsiasi periferia europea, ed è questo il primo forte motivo d’interesse, oseremmo dire geopolitico, di “Una separazione”: Fahradi colloca il suo film e il suo Paese nel nostro stesso universo di riferimento, volendo giocare ad armi pari con gli spettatori di tutte le latitudini. Il dramma familiare, reso con vibrante compostezza dai due bravissimi protagonisti, ci risulta così più forte e sentito e ha un respiro neorealista che non giunge nient’affatto fuori tempo massimo: le lunghe sedute davanti al giudice, la figlia che “salva” suo padre senza che questi abbia neanche bisogno di anticiparle le domande, il disegno dei personaggi “minori” (si fa per dire) della badante e di suo marito sono momenti di scrittura ispiratissima. Senza mai voler parlare di politica, è un’opera profondamente politica e universale. E una volta tanto ha messo tutti d’accordo: Orso d’Oro a Berlino 2011, Golden Globe e Oscar come miglior film straniero.

Voto: 7,5



Amburgo: un corniciaio malato di leucemia si ritrova coinvolto suo malgrado in un intrigo internazionale che lo porta anche a improvvisarsi killer con il miraggio della guarigione. Nel frattempo, un misterioso mercante americano…
Dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith, thriller esistenziale e atmosferico diretto con grande personalità e mano sicura dal 32enne Wim Wenders, che si attirò l’attenzione di quel mondo e di quel cinema USA che non manca di omaggiare a piene mani, dalla cinefilia che attraversa il casting (spicca Samuel Fuller nel ruolo minore dell’Americano) allo stile tutt’altro che teutonico adoperato a più riprese (in alcuni passi sembra di rivedere il Friedkin de “Il braccio violento della legge”). Film spigoloso in cui l’interesse per la complicata trama scema gradualmente fino a svanire del tutto, mentre i personaggi e le ambientazioni assumono via via una consistenza solida, tridimensionale, “europea”. Sul tavolo tutti i temi più cari al regista di Dusseldorf: la morte, l’amicizia, il viaggio, il senso della vita. Molte altre volte in futuro Wenders non sarà così asciutto ed energico, scegliendo – specialmente negli ultimi anni – la via della ridondanza e della prolissità. Bravissimo Bruno Ganz; degna di nota la scena muta dell’inseguimento in metrò a Parigi.

Voto: 7-



Londra 1880: alle prese con i problemi di infelicità e isteria delle sue molte pazienti, un giovane medico scopre che la soluzione è a portata di dita.
Terza regia della statunitense Tanya Wexler, a dieci anni di distanza dalla precedente (“Ball in the House”, 2001). Filmetto davvero innocuo e leggero, ben lungi dal poter diventare un “caso” o uno “scandalo” come qualche gazzetta aveva inutilmente cercato di far credere (che tempi). “Hysteria” è immerso dall’inizio alla fine in un pentolone di carineria da cui non riesce a emergere neanche per un attimo, accontentandosi di qualche battutina salace (niente di così originale, comunque) e due o tre gag riuscite discretamente: merito dell’immarcescibile Rupert Everett che si staglia sulla mediocrità generale anche con una particina di secondo piano. Di trasgressione e audacia neanche l’ombra: il sesso e le situazioni pruriginose che potrebbero derivarne vengono riadattate in chiave castamente inglese, quasi a mettere su una versione ottocentesca e affettata di “Quattro matrimoni e un funerale”, con il bellimbusto Hugh Dancy nel ruolo che fu di Hugh Grant e un finale sulla neve che rievoca quello piovoso del film di Mike Newell. Il proto-femminismo di cui si fa portabandiera Maggie Gyllenhaal è di somma inconsistenza. Intrattenimento buono per una serata invernale da DVD.

Voto: 5+



Un disc-jockey spiantato e un pappone di piccolo cabotaggio finiscono per vie traverse in prigione nella stessa cella, dove fanno conoscenza con uno strampalato italiano dietro le sbarre per omicidio.
Una delle opere più famose e antonomastiche dello statunitense Jim Jarmusch, vate della scena underground americana: l’incontro con Roberto Benigni al Festival di Salsomaggiore dell’anno prima è la molla che fa scattare un’amicizia e un sodalizio artistico che durano ancora oggi. Film squinternato, senza storia e senza ritmo, in cui il concetto d’evasione va oltre il significato letterale e diventa fuga dalla realtà, dalla logica, dal cinema convenzionale: uno scenario in cui ovviamente sguazza un Benigni a briglia sciolta che coinvolge e trascina anche l’ingessata coppia John Lurie-Tom Waits (due musicisti prestati al cinema). Lo sgangherato anglo-italiano del comico toscano raggiunge vette altissime (“The boat is finished!”), incoraggiato da un copione che lascia ampia improvvisazione ai tre interpreti. Suggestiva fotografia in bianco/nero di Robby Mueller, tra i collaboratori più fidati di Wim Wenders. Dedicato a Pascale Ogier, giovane attrice francese di belle speranze morta d’infarto nel 1984 alla vigilia del suo 26° compleanno, e a Enzo Ungari, grande uomo di cinema e “mangiatore di film” anch’egli scomparso prematuramente nel 1985.

Voto: 6+

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