Archivio per maggio, 2012




1980: ritiratosi dopo una carriera da sicario a pagamento, il killer Danny è costretto a tornare al lavoro dopo il rapimento del suo fraterno amico Hunter ad opera del sultano dell’Oman; per farlo tornare in libertà, deve trovare e fare fuori tutti gli assassini dei tre figli del sultano, uccisi dai SAS (i Servizi Aerei Speciali britannici) durante la guerra dell’Oman. Ma a vegliare su di loro ci sono i “Feather Men”, una squadra clandestina incaricata di difendere proprio i SAS, e insomma, la questione si complica…
Opera prima del regista nordirlandese Gary McKendry, che si era messo in luce nel 2005 con il documentario “Everything In This Country Must”, che aveva anche ottenuto una candidatura all’Oscar. Il suo debutto nella fiction non fa sperare in un futuro brillante, vista la scarsa originalità dello stile e un massiccio ricorso al montaggio nelle scene d’azione, solitamente tratto distintivo dei registi mediocri. Tratto dall’omonimo libro di Ranulph Fiennes, ex SAS che nel 1991 denunciò pubblicamente i crimini di una guerra all’Oman mai uscita allo scoperto, il film potrebbe avere un potenziale molto interessante; ma l’uso che McKendry e lo sceneggiatore Matt Sherring fanno di un materiale così scottante non è esattamente memorabile, limitandosi a banalizzare con una scrittura per cliché (l’amicizia virile, l’eroe costretto all’”ultima missione”, la bella innamorata che aspetta…) tutti gli elementi narrativi sparsi sul tavolo. Perso ben presto il filo del discorso (del quale, in fondo, a chi importa?), “Killer Elite” si risolve nel più trito e prevedibile degli action-movie, più attento alla singola sequenza che al quadro complessivo, con la ricostruzione dei primi anni ’80 che non va oltre qualche giubbotto di pelle e tre o quattro auto d’epoca. Perciò adeguiamoci e comportiamoci allo stesso modo, lasciando perdere il contesto e concentrandoci sui personaggi e sugli attori: seppur caricato di una psicologia da cartone animato, il villain Clive Owen si fa decisamente preferire rispetto al merluzzone Jason Statham, mentre la presenza del povero Robert De Niro fornisce un ulteriore spunto di riflessione sul declino forzato dei vecchi miti di Hollywood.

Voto: 5



La giornata difficile di Eric Packer, imprenditore 28enne multimiliardario che vive all’interno di una lussuosa limousine, cercando riparo dai pericoli di una New York agitata dalla visita del Presidente.
A 15 anni da “Crash” David Cronenberg torna ad adattare un romanzo per il grande schermo: la scelta cade su “Cosmopolis” di Don DeLillo, cui si mantiene piuttosto fedele. “La gente odia ragionare” e Cronenberg la provoca, mettendogli (mettendoci) sotto il naso l’annegamento di una società capitalista (di cui Packer è specchiata metafora) che si inabissa in un diluvio di parole e discorsi senza senso, in una specie di dipinto astratto che si ispira esplicitamente a Rothko e Jackson Pollock (citati più volte nei titoli di testa e nel film). Le yuppistiche certezze anni ’80 e ’90 sono ricordi sbiaditi, nell’epoca della violenza e della tensione sociale che in Cronenberg è come sempre anche tensione sessuale. Il regista canadese mantiene sullo schermo il senso di Odissea joyciana del testo originale, caricandola di una stranissima atmosfera sospesa e fantascientifica che al di là del vetro blindato si trasforma in una New York iper-reale, lercia e anonima come ci era capitato di vedere solo in “Eyes Wide Shut” di Kubrick. Non mancano le solite, risapute ossessioni biologiche: la limousine di Packer è un grembo materno che lo protegge dalla realtà e dal dubbio. Al suo primo ruolo maturo, Robert Pattinson non sbaglia nel lasciarsi trascinare dal copione; a segno le brevi apparizioni di Juliette Binoche e Mathieu Amalric. A pochi mesi dal dialogatissimo “A dangerous method”, Cronenberg firma nuovamente un’opera verbosa, glaciale e cerebrale, ma è tutto il resto che cambia: dove lì spesso non c’era che fredda e compiaciuta estetica, qui c’è un disperante trattato di filosofia nel senso più alto e squisitamente “politico” del termine.

Voto: 7,5



Una domenica d’autunno Ernesto Picciafuoco, pittore di successo non straordinario, riceve una notizia inaspettata: da tre anni è in corso il processo di canonizzazione di sua madre, uccisa a quanto pare da suo figlio Egidio (fratello di Ernesto) in circostanze mai del tutto chiarite.
Il film che segnò nel 2001 l’inizio di una nuova giovinezza nella carriera del piacentino Marco Bellocchio (classe 1939), con riconoscimenti diffusi in Italia e all’estero. Un’opera potente ma non blasfema, attraversato da un personaggio di inflessibile dirittura morale che detta la linea al film e si fa portavoce della visione del mondo di un ateo dichiarato come Bellocchio, che tuttavia ha grande rispetto del sentimento religioso e semplicemente detesta il mercimonio, l’autorità opprimente, l’ordine precostituito. Ernesto Picciafuoco è un uomo puro che come molti altri personaggi di Bellocchio ha caratteristiche ben poco italiane, per la sua testarda coerenza che è tutto ciò che ha da contrapporre alla triade Dio-Patria-Famiglia (e l’animazione finale con cui “sogna” di distruggere il Vittoriano vale più di ogni ulteriore commento). Nonostante i toni gravi e l’atmosfera cupa, è un film che ha il coraggio di risolversi positivamente: disertando il grottesco rendez-vous con il Santo Padre e osservando invece suo figlio che corre di corsa in classe, Ernesto scopre di aver ritrovato la serenità interiore – che non significa né pace né imperturbabilità, ma la certezza di essere vivo. Attori tutti magnifici: Castellitto alla miglior performance della carriera viene adeguatamente spalleggiato da un superbo cast di contorno, a cominciare dalla perfida Piera Degli Esposti; nelle sole due apparizioni del suo conte Bulla, Toni Bertorelli lascia un segno indelebile. Stupidamente vietato ai minori di 14 anni per le due necessarie bestemmie che nobilitano il film e rappresentano il suo momento più alto e toccante.

Voto: 8-

Il colpo (Mike Hodges, 1998)



Per sbarcare il lunario, un aspirante scrittore si fa assumere come croupier da un casinò di Londra e inizia a condurre, quasi inconsapevolmente, una doppia vita.
Il solido britannico Mike Hodges vanta una produzione cinematografica abbastanza schizofrenica, con punte come “Get Carter” con Michael Caine e molti altri lavori ben più mediocri. Questo “Croupier” (incomprensibilmente tradotto con “Il colpo” in Italia) galleggia tra le due categorie: neo-noir che gioca con tutti i luoghi comuni del genere e si avvita proprio sul più bello in una lunga serie di evitabili colpi di scena, è interessante soprattutto per il ruolo principale interpretato da Clive Owen, all’epoca praticamente sconosciuto. La sua prestazione – piuttosto marmorea – non è indimenticabile ma rende tutto sommato discretamente l’impenetrabilità del croupier, figura enigmatica per definizione che pochissimi film hanno omaggiato come meriterebbe. La verve della regia non è purtroppo supportata da una sceneggiatura all’altezza. In Italia uscì direttamente in DVD addirittura dieci anni dopo, sulla scia del successo di Owen in “Inside Man” di Spike Lee.

Voto: 5+



Negli ultimi mesi del nazifascismo, quattro importanti notabili – ognuno rappresentante di un potere: religioso, economico, nobiliare e giudiziario – si chiudono in una villa a Marzabotto insieme a figlie, servi, prostitute d’alto bordo e un gruppo di giovani ragazzi e ragazze accuratamente selezionati, per seviziarli e abusare di loro assecondando ogni tipo di perversione.
Ultimo film di Pier Paolo Pasolini, il primo di un’ideale “trilogia della morte” (in contrapposizione alla precedente “trilogia della vita”) che non giunse mai a conclusione a causa dell’omicidio del regista, avvenuto in circostanze mai chiarite il 2 novembre 1975. Il film uscì postumo e si può tranquillamente scrivere, senza timore di esagerazioni, che si tratta di una delle opere più discusse e scandalose della storia del cinema. Pasolini parte dall’omonima opera del Marchese De Sade e da alcuni saggi ad essa riferiti per sviluppare un discorso originale, lucidissimo e formalmente impeccabile sul Potere e sulle implicazioni escatologiche e sessuali (vorremmo scrivere anche esistenziali, ma da “Salò” è tenuta ben lontana qualsiasi traccia di esistenza – cioè di vita). Già all’epoca era ben noto il punto di vista estremo e laterale dell’intellettuale (prima ancora che dell’artista) sulla situazione politica italiana e occidentale: questo film lo esplicita, lo mette nero su bianco attraverso un’allegoria di franchezza inaccettabile, che costringe anche lo spettatore più conciliante(open-minded, si direbbe oggi) a rabbrividire. Non si tratta semplicemente di un’assenza di morale, nè di una semplice prevalenza del Male sul Bene: ciò che sconvolge è la dittatura incontrovertibile (“Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti”) di una morale alternativa senza scampo, che si erge a giudice supremo dell’umanità. In altre parole, il potere pasoliniano non solo non tollera la minima forma di dissenso, ma anzi si eccita sessualmente immaginandosi già la repressione. La sensazione di freddo, nelle ossa e nel sangue, è aumentata dallo stridente contrasto tra l’oscenità del contenuto e la perfezione della forma, garantita da uno staff tecnico di prim’ordine: Dante Ferretti alla scenografia, Tonino Delli Colli alla fotografia, Ennio Morricone alla consulenza musicale. Tantissimi guai con la censura, prima che gli venisse riconosciuta piena dignità artistica solo nel 1991. Un film sinceramente agghiacciante, enorme, di smisurato coraggio.

Voto: 8

(Gli escrementi utilizzati in varie scene erano in realtà un misto di cioccolato e marmellata d’arance)
(Maurizio Costanzo collaborò con Pasolini a una delle prime stesure della sceneggiatura)



Napoli (ma potrebbe essere dappertutto): sullo sfondo del boom economico e della conseguente speculazione edilizia, il partito di maggioranza si interroga sotto elezioni sull’opportunità di ricandidare e nominare come assessore il costruttore Edoardo Nottola, coinvolto in un’inchiesta sul crollo di un palazzo fatiscente in una zona degradata della città.
In tempi bui di anti-politica e di intere classi dirigenti che brancolano nel buio (salvo poi riavvicinarsi fatalmente alla “gente” tra qualche mese per la sospirata campagna elettorale), la visione de “Le mani sulla città” – che proprio nel 2013 compie 50 anni di vita e ne dimostra sì e no 5 – mette addosso una strana sensazione di disincanto, e a tratti perfino disgusto, da cui però è molto difficile allontanarsi. Il film sembra girato l’altro ieri per la lucidità e l’attualità del quadro, e risulta perciò incredibilmente avvincente: speculazione edilizia, conflitti d’interessi, commissioni d’inchiesta che poggiano sulle stesse precarie fondamenta dei palazzi crollati. Parabola universale (che va oltre la stretta attualità) su quel Potere che da decenni riesce a preservare sé stesso e rimanere a galla grazie a un cinico realismo e a uno spietato senso pratico, come emerge nello straordinario e illuminante dialogo tra il futuro sindaco De Angelis e il riottoso consigliere Balsamo. Rosi non ha paura di affondare le mani nel fango e di sbilanciarsi nella propria tesi usando toni da comiziante, consapevole che la retorica ha nobili origini ed è lo strumento migliore per dare voce alla denuncia e all’indignazione. Ne esce così un’orazione civile vibrante e appassionata, così com’era dolente e rassegnato il tono del funebre “Salvatore Giuliano”, realizzato appena l’anno prima. Leone d’Oro a Venezia 1963.

Voto: 8-

(Molti attori del film non erano professionisti e in alcuni casi svolgevano mestieri ben lontani dal cinema e dall’arte: per esempio, nella parte del combattivo consigliere De Vita fu utilizzato l’onorevole Carlo Fermariello, all’epoca deputato PCI)



Il 20 luglio 2001, all’indomani della morte di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, la Polizia italiana sfrutta alcuni tafferugli isolati per organizzare una durissima rappresaglia che culmina nell’irruzione notturna alla scuola Diaz, dove dormono e sono accampati decine di manifestanti, pestati a sangue, arrestati, trascinati in caserma e sottoposti a nuove violenze.
Eccolo dunque il film dello scandalo, indesiderato e persino osteggiato dalle nostre autorità, come ha pubblicamente lamentato il produttore Domenico Procacci. Chi vuole sapere già sa, o perlomeno dispone di tutti i mezzi per informarsi; chi non sa vuole evidentemente restare nell’ignoranza, perciò non entreremo nel merito di quella che – come recita anche la tagline della locandina – Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Forse, però, c’è una terza categoria, quella di chi non ricorda perché troppo giovane all’epoca dei fatti. E’ nel loro nome che “Diaz” gioca la propria sfida, addirittura paradossale per un Paese come l’Italia che negli anni ’60 e ’70 produceva cinema civile di primissima qualità: affermare l’idea che stavolta non si tratta di fiction, ma che tutto quel che è mostrato (a volte persino in forma edulcorata) è successo davvero. Eccolo, il vero “romanzo criminale” della Seconda Repubblica. Daniele Vicari porta a casa un bel risultato con un film probabilmente “facile” da pensare e scrivere grazie agli atti delle indagini, ma complicato da rendere in immagini proprio per i motivi sopra elencati. Il regista decide giustamente per uno stile sporco, il più possibile vicino al documentario, con un unico evitabile artificio retorico (il ralenty della bottiglia che scandisce il ritmo e il passaggio da un punto di vista all’altro); sono resi bene l’orrore, l’incubo, il non-senso di quella notte di sangue e merda. Mezzo voto in meno per la scelta tartufesca, anche se umanamente comprensibile, di non fare neanche un nome dei responsabili che autorizzarono quest’operazione che il vicequestore Michelangelo Fournier, in una famigerata dichiarazione agli inquirenti, ebbe a definire “una macelleria messicana”.

Voto: 7

Marilyn (Simon Curtis, 2011)



Nel 1956, all’apice della propria carriera, Marilyn Monroe vola a Londra per girare “Il principe e la ballerina” insieme al declinante Laurence Olivier. E’ lì che conosce il giovane Colin Clark, mestiere terzo assistente alla regia.
Dall’omonimo romanzo autobiografico di Colin Clark e prodotto da Harvey Weinstein e soci, che dopo “Il discorso del re” proseguono nel filone delle storie romanzate sui personaggi famosi. Il cinema continua a parlare di sé stesso ma questa volta risulta un po’ più sopportabile del solito, grazie al tenero e gustoso versante aneddotico e al fascino che sfida il tempo della signora Norma Jeane Baker. Classico intrattenimento di stampo britannico per spettatori nostalgici o semplicemente agé, ha il suo miglior pregio in una certa grazia malinconica da pomeriggio autunnale. Peccato non aver approfondito meglio il contrasto tra la parabola discendente del grande Olivier e la solo apparente ascesa di Marilyn, attesa di lì a soli sei anni a una morte ancora avvolta nel mistero, che naturalmente contribuì a farla diventare una leggenda, mito ormai sempre più maschile e sempre meno femminile. Cast impeccabile dove brillano una Michelle Williams (premiata col Golden Globe) bravissima a non scivolare mai nella maniera e un Kenneth Branagh solidissimo nonostante il copione gli imponga un Laurence Olivier-macchietta che cita Shakespeare a ogni pié sospinto; c’è anche Emma Watson in una delle sue prime (non indimenticabili) prove post-Harry Potter.

Voto: 6,5

(Nel ruolo di Vivien Leigh fu scritturata Julia Ormond, dopo i rifiuti di Catherine Zeta Jones e Rachel Weisz)
(A differenza di Michelle Williams, in carriera Marilyn Monroe non fu mai candidata all’Oscar)
(Gli appunti scritti da Arthur Miller e letti da Marilyn riguardano probabilmente l’inizio della sua opera teatrale “After the Fall”, in cui compare un personaggio che è la parodia della Monroe)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d bloggers like this: