Archivio per luglio, 2012




Cesar, infelice e solo al mondo, è l’inquietante portiere di un condominio in città: conosce i segreti di tutti gli inquilini e ne spia personalmente qualcuno, a cominciare dalla bella e spensierata Clara da cui è ossessionato, invidiandone la gioia di vivere e il perenne buon umore. Come fare a toglierle quel sorriso dalla faccia?
Sesto film del 43enne catalano Jaume Balagueró, che si è ormai costruito una solida fama presso gli appassionati dei thriller e degli horror meno truculenti e più psicologici. Questo “Mientras duermes” continua a percorrere il solco dei precedenti lavori, muovendosi su un percorso classico, ricorrente e un po’ risaputo (un portinaio psicopatico e stalker che sviluppa una relazione ossessiva con una sua inquilina – vi ricorda qualcosa?) con perizia e mestiere innegabili, senza mai “svaccare” né concedere al pubblico facili emozioni. Balagueró sa far aspettare i suoi spettatori, intrattenendoli con descrizioni convincenti e perfino ironiche dei personaggi e dell’ambiente in cui si muovono, prima di piazzare l’affondo con grazia e decisione da sciabolatore; e, quel che è più importante, non asseconda i pensieri e le speranze del pubblico, ma – pur mantenendo uno stile classico e quasi cristallino, senz’alcun svolazzo o barocchismo tipicamente ispanici – lo spiazza e lo gela con uno dei finali più disturbanti degli ultimi tempi. Il cast è composto da attori praticamente sconosciuti al di là dei confini spagnoli, ma è ben diretto e regge benissimo la scena a cominciare da Luis Tosar, novello Anthony Perkins; il resto lo fanno la regia e la sceneggiatura di Alberto Marini, entrambe “invisibili” nel senso migliore del termine. La distribuzione italiana che traduce in inglese (“Bed time”!) un titolo spagnolo si distingue per idiozia come spesso accade.

Voto: 7-



Dalla mattina fino a tarda sera, cronaca di un’immaginaria giornata televisiva, scandita dal telegiornale condotto da un impeccabile mezzobusto.
E’ datato 1976 l’ultimo squillo della commedia all’italiana; non proprio un canto del cigno, ma un commiato acido e sulfureo come si confà al genere, con momenti impietosamente profetici (il Tg3 era ancora di là da venire e del resto il programma di approfondimento si chiama “Studio aperto”…). Lo firma il meglio dei registi e degli sceneggiatori italiani dell’epoca, con risultati altalenanti e un eccesso di carne al fuoco che impedisce di puntare il mirino su pochi, selezionati temi. Qualche nome prima di proseguire: Luigi Magni (“Il sacro soglio”, antesignano delle fiction religiose), Ettore Scola e Ugo Pirro, Nanni Loy, Mario Monicelli, Age e Scarpelli, Luigi Comencini che dirige i frammenti più corrosivi sul lavoro minorile e sul grottesco dibattito televisivo su Napoli. Satira omni-comprensiva e un po’ datata che apre il fuoco su ogni bersaglio possibile: l’esercito, il Vaticano, la politica, Milano e Napoli e naturalmente l’informazione e la televisione. A furia di tanto sparare qualcosa va a segno, ma molto è anche paradossalmente vittima di quei difetti (il moralismo, la grevità) che si vorrebbero condannare. Mastroianni e Gassman, piuttosto svogliati, cedono il passo all’usato sicuro Manfredi e al solito memorabile Ugo Tognazzi, del quale resta in mente l’amarissimo eppure esilarante ritratto del pensionato. Colonna sonora a cui contribuirono anche Lucio Dalla e Antonello Venditti.

Voto: 7=



Inghilterra 1983: deriso e maltrattato dai suoi compagni di scuola, il 12enne Shaun fa amicizia con un gruppo di ragazzi più grandi – prevalentemente skinhead – da cui si separa affascinato dal carisma di Combo, appena uscito di prigione e di nuovo a capo di una banda di teppisti sostenitori del National Front. Anni difficili.
L’opera che ha rivelato il talento del 34enne inglese Shane Meadows, qui regista e sceneggiatore di un film che è enormemente debitore a Ken Loach nelle atmosfere e a Truffaut nella rappresentazione dell’età inquieta e nella messa in scena delle dinamiche adolescenziali; nel finale è esplicita la citazione dei “Quattrocento colpi”. Film tuttavia aspro, ruvido, sincero e appassionato, che ha avuto grande successo e risalto in patria dove i primi anni ’80 – caratterizzati dall’era Thatcher e dall’imbecille guerra delle Falklands e attraversati da una lunga e complessa scia di tensioni etniche e sociali – sono un po’ l’equivalente dei nostri bui anni di piombo. Il romanzo popolare che si specchia nella storia di una nazione è un genere molto praticato e solitamente destinato a grande fortuna, ma proprio per questo bisogna essere abili a lavorare di cesello e di sottrazione per schivare i didascalismi (chi ha detto “La meglio gioventù”?). Meadows mette in pratica tutto questo, riservandosi una piccola concessione al sentimentalismo solo nell’ultima scena, impreziosita dalla delicata cover di “Please please please let me get what I want” dei Clayhill. E’ un film del 2006 ma da noi si è potuto apprezzare solo nel luglio 2011, per motivi che poco hanno a che fare con il senso logico. Dedicato alla memoria di Sharon Turgoose, madre del piccolo Thomas attore protagonista, morta di cancro poche settimane prima dell’uscita del film.

Voto: 7,5



La squadra speciale IMF (Impossible Mission Force), al soldo della CIA, deve impadronirsi di una segretissima lista di agenti sotto copertura nell’Europa Centrale, per evitare che possa finire nelle mani di un pericoloso terrorista russo.
Ci può essere del buono, artisticamente parlando (che paroloni), in una saga multimiliardaria nel frattempo arrivata al quarto episodio e probabilmente non ancora conclusa? Caposaldo dell’industria hollywoodiana dal 1996, ispirato a una serie tv americana di successo trasmessa dal 1966 al 1973, “Mission: Impossible” è una macchina da guerra della cui efficacia nessuno ha ancora iniziato a dubitare: è cazzeggio puro, popcorn-movie di nessuna profondità, cinema fatto sbadigliando e non a caso il suo primo capitolo reca in calce la firma di Brian De Palma, il talento più grande e più pigro degli ultimi quarant’anni. La spy story inscenata con grande dispendio di mezzi e cachet per i divi di turno (anche in piccole parti, vedi il caso di Kristin Scott Thomas) non è mai credibile per un momento, e probabilmente non lo è neanche agli occhi dello spettatore più accanito, che si accontenta di ritmo inseguimenti adrenalina. Niente di male, intendiamoci, ma niente di più. Raro esempio di film che si risolve in una singola, straordinaria sequenza: l’intrusione nella stanza dei computer della CIA, modello difficilmente eguagliabile di regia controllata e montaggio per il ritmo e la tensione ottenuti senza mezzucci. Poi, boh, apre la strada a uno dieci cento sequel, ma a chi importa veramente?

Voto: 6-



Jason e Sophie, trentacinquenni in cerca d’autore, convivono senza slanci e senz’aspirazioni. Per mettersi alla prova decidono di adottare per sei mesi un gatto con problemi di salute.
Seconda regia della poliedrica 38enne statunitense Miranda July, pure artista, musicista e scrittrice, a sei anni di distanza dal brillante “Me and You and Everyone We Know”. Titolo impegnativo e storia non da meno, molto lontana dalle carinerie dell’opera precedente; alcuni critici americani hanno scomodato Todd Solondz, ma non c’è né viene cercata quella sua disturbante causticità. Quel che invece c’è, e non poco, è uno stile con bella personalità e capacità di analisi nelle pieghe delle tante tragedie domestiche, quiete e silenziose, dei trentenni occidentali, che non si limitano solo al lavoro, alla disoccupazione o alla crisi di coppia, ma fondono il tutto creando un’angosciante cappa di insoddisfazione e incompiutezza. Lungi dal farne un indigesto pappone moraleggiante come quello che abbiamo appena scritto, la July spoglia la vicenda di partenza di ogni tentazione sociologica, astraendola e spostandola – a un certo punto letteralmente – sulla luna. Ultimate le presentazioni, si arriva al nocciolo della questione: che fare di un lavoro che non ci piace, se non possiamo trovare di meglio? Che farne del tempo, così minaccioso e cattivo quando si ostina a scorrere come se niente fosse? Che fare dei rapporti umani, dei semplici contatti, oltre i quali tanto ci si trova irrimediabilmente soli? Che farne insomma della vita intera, specialmente visto che a quanto pare “vivere non è che l’inizio”? “The Future” non è perfetto, anzi gira spesso a vuoto, si ferma e riparte, soffre di lungaggini ma brilla di momenti geniali (il dialogo di Sophie con le due colleghe e i rispettivi figli), è sincero nella sostanza e ricercato nella forma. Una specie di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” cinque anni dopo (non solo per le musiche di Jon Brion), più inafferrabile e rarefatto, che si fa ricordare pur lasciando poche tracce.

Voto: 7-



Un’affermata scrittrice e psichiatra si fa coinvolgere nelle imprese di un seduttivo truffatore, conosciuto a causa di un cliente. Come sempre, seguiranno complicazioni.
Elegantissimo esordio alla regia cinematografica di un maestro narratore come il 40enne chicagoan David Mamet che, oltre ad aver vinto il Pulitzer per la drammaturgia, all’epoca aveva già lavorato per il grande schermo come sceneggiatore di successo (“Il postino suona sempre due volte”, “Il verdetto” e il contemporaneo “Gli intoccabili”). Il classico meccanismo a incastri e scatole cinesi, secondo il quale una bugia è solamente ciò che c’è dentro una bugia più grande, serve anche a intavolare un discorso di inusuale profondità sul fascino che l’illecito e l’immorale esercitano sulle persone qualunque, come in certi film di Hitchcock o altri noir d’epoca in cui le torbide vicissitudini di un uomo comune facevano immediatamente scattare il meccanismo di immedesimazione dello spettatore. Tecnicamente, come in molti altri lavori di Mamet, è inoltre una summa dell’arte del racconto e della scrittura, sempre estremamente pulita, logica, consequenziale, a volte persino fin troppo accademica: basta come esempio la lunga e conturbante sequenza della partita a poker, pozzo senza fondo di false piste, specchietti per le allodole e altri trucchi da navigato magician. E’ il film più famoso dell’italo-americano Joe Mantegna, che nei primi anni ’90 ha anche lavorato con Woody Allen (“Alice”, “Celebrity”) e Coppola (“Il padrino parte III”). Anche una piccola parte per William H. Macy.

Voto: 7



Fine settimana di passione per Frank Pierce, paramedico dell’Emergency Medical Service di New York ossessionato dal ricordo di una paziente di cui sei mesi prima non ha saputo evitare la morte.
17° lungometraggio di Martin Scorsese, film anomalo nella filmografia già di per sé molto frastagliata del grande regista italo-americano. E’ una delle sue opere più religiose, attraversata da un fervore cattolico che sfocia quasi nella cristologia al momento di tratteggiare la figura di Frank Pierce, vero “angelo della notte” che attraversa una New York livida e allucinante in compagnia o al servizio di reietti, tossici, ubriaconi e disperati. Ventitré anni dopo il controverso “Taxi Driver” (anche quello firmato da Paul Schrader), Frank è l’anti-Travis Bickle pur condividendone fortemente le delusioni e le frustrazioni di fronte all’incombere del fallimento morale ed esistenziale. Scorsese si fa aiutare dalla solita crew di prim’ordine per trasferire in suoni e immagini un copione molto ambizioso, tratto dal romanzo di Joe Connelly (“Pronto soccorso” in italiano): e perciò ecco Robert Richardson alla fotografia, Thelma Schoonmaker al montaggio, Elmer Bernstein come compositore in una colonna sonora che annovera anche brani di Van Morrison, Who, R.E.M., Clash… Il risultato è fatalmente irregolare, ricco di momenti ispiratissimi e perfino di humour nero ma anche di giri a vuoto, di istanti altamente folgoranti (il finale michelangiolesco) ma anche di qualche eccesso di maniera, coerentemente con l’itinerario artistico di Scorsese tra i ’90 e gli anni 2000. Nicolas Cage non all’altezza di un ruolo così problematico. Il bel titolo originale (“Bringing out the dead”) perde tutte le sue sfumature nella maldestra traduzione italiana.

Voto: 6,5



Un militare in pensione riceve la notizia della misteriosa sparizione di suo figlio, da poco rientrato dall’Iraq. Le sue indagini porteranno alla luce una realtà peggiore di ogni aspettativa.
Terza regia dello sceneggiatore Paul Haggis dopo l’ottimo successo di “Crash”. Qui recupera i dolenti toni à la Eastwood di “Million Dollar Baby” (del quale aveva appunto scritto il copione) e li riadatta al perenne nervo scoperto dell’America più fiera e orgogliosa: le sue sconfitte militari, morali ancora prima che numeriche. Parente strettissimo dell’ampia filmografia sul trauma post-vietnamita, “Nella valle di Elah” si fa apprezzare per la sua misura e per il ripudio di ogni retorica e facile conclusione; più che una violenta catilinaria come l’avrebbe girato – chessò – un Oliver Stone, è lo sguardo sgomento e smarrito di un soldato che guarda un palazzo appena devastato da una granata, di un uomo che guarda la propria città spazzata via da un’alluvione, di un padre che rimette piede nella stanza del figlio appena scomparso. Si fa presto a sparare a zero sui crimini e sulle ipocrisie della fottuta-America-imperialista; si fa un po’ più tardi – ed è un bene – quando si rallenta e ci si ferma per entrare nelle basi militari o salire sui carri armati per osservare da vicino il disperato vuoto pneumatico di chi, convinto di dover servire fedelmente un Paese senz’anima, ha finito per perdere la propria. Forse sta qui – nell’agghiacciante serenità del caporale Penning mentre confessa il suo crimine – la grande differenza tra il post-Vietnam e il post-Iraq: lì c’erano dolore e sconcerto per aver scoperto di non essere infallibili, qui ci sono solo inebetimento ed elettroencefalogramma piatto. Film calibratissimo nell’andatura e nelle interpretazioni, tra le quali spicca quella senza macchie di un Tommy Lee Jones che sfrutta al meglio i mezzi toni di un personaggio assolutamente nelle sue corde. Suggestivo finale sulle note di “Lost” di Annie Lennox. Il titolo si riferisce al luogo del fatidico combattimento tra Davide e Golia: in chi dei due si rispecchia metaforicamente l’America? Non è così scontato che sia il Gigante.

Voto: 7+

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