Category: Anni 2010




Il 20 luglio 2001, all’indomani della morte di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, la Polizia italiana sfrutta alcuni tafferugli isolati per organizzare una durissima rappresaglia che culmina nell’irruzione notturna alla scuola Diaz, dove dormono e sono accampati decine di manifestanti, pestati a sangue, arrestati, trascinati in caserma e sottoposti a nuove violenze.
Eccolo dunque il film dello scandalo, indesiderato e persino osteggiato dalle nostre autorità, come ha pubblicamente lamentato il produttore Domenico Procacci. Chi vuole sapere già sa, o perlomeno dispone di tutti i mezzi per informarsi; chi non sa vuole evidentemente restare nell’ignoranza, perciò non entreremo nel merito di quella che – come recita anche la tagline della locandina – Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Forse, però, c’è una terza categoria, quella di chi non ricorda perché troppo giovane all’epoca dei fatti. E’ nel loro nome che “Diaz” gioca la propria sfida, addirittura paradossale per un Paese come l’Italia che negli anni ’60 e ’70 produceva cinema civile di primissima qualità: affermare l’idea che stavolta non si tratta di fiction, ma che tutto quel che è mostrato (a volte persino in forma edulcorata) è successo davvero. Eccolo, il vero “romanzo criminale” della Seconda Repubblica. Daniele Vicari porta a casa un bel risultato con un film probabilmente “facile” da pensare e scrivere grazie agli atti delle indagini, ma complicato da rendere in immagini proprio per i motivi sopra elencati. Il regista decide giustamente per uno stile sporco, il più possibile vicino al documentario, con un unico evitabile artificio retorico (il ralenty della bottiglia che scandisce il ritmo e il passaggio da un punto di vista all’altro); sono resi bene l’orrore, l’incubo, il non-senso di quella notte di sangue e merda. Mezzo voto in meno per la scelta tartufesca, anche se umanamente comprensibile, di non fare neanche un nome dei responsabili che autorizzarono quest’operazione che il vicequestore Michelangelo Fournier, in una famigerata dichiarazione agli inquirenti, ebbe a definire “una macelleria messicana”.

Voto: 7



Nel 1956, all’apice della propria carriera, Marilyn Monroe vola a Londra per girare “Il principe e la ballerina” insieme al declinante Laurence Olivier. E’ lì che conosce il giovane Colin Clark, mestiere terzo assistente alla regia.
Dall’omonimo romanzo autobiografico di Colin Clark e prodotto da Harvey Weinstein e soci, che dopo “Il discorso del re” proseguono nel filone delle storie romanzate sui personaggi famosi. Il cinema continua a parlare di sé stesso ma questa volta risulta un po’ più sopportabile del solito, grazie al tenero e gustoso versante aneddotico e al fascino che sfida il tempo della signora Norma Jeane Baker. Classico intrattenimento di stampo britannico per spettatori nostalgici o semplicemente agé, ha il suo miglior pregio in una certa grazia malinconica da pomeriggio autunnale. Peccato non aver approfondito meglio il contrasto tra la parabola discendente del grande Olivier e la solo apparente ascesa di Marilyn, attesa di lì a soli sei anni a una morte ancora avvolta nel mistero, che naturalmente contribuì a farla diventare una leggenda, mito ormai sempre più maschile e sempre meno femminile. Cast impeccabile dove brillano una Michelle Williams (premiata col Golden Globe) bravissima a non scivolare mai nella maniera e un Kenneth Branagh solidissimo nonostante il copione gli imponga un Laurence Olivier-macchietta che cita Shakespeare a ogni pié sospinto; c’è anche Emma Watson in una delle sue prime (non indimenticabili) prove post-Harry Potter.

Voto: 6,5

(Nel ruolo di Vivien Leigh fu scritturata Julia Ormond, dopo i rifiuti di Catherine Zeta Jones e Rachel Weisz)
(A differenza di Michelle Williams, in carriera Marilyn Monroe non fu mai candidata all’Oscar)
(Gli appunti scritti da Arthur Miller e letti da Marilyn riguardano probabilmente l’inizio della sua opera teatrale “After the Fall”, in cui compare un personaggio che è la parodia della Monroe)



Nella terra di Panem il governo di Capitol City preleva tutti gli anni per sorteggio due adolescenti (un maschio e una femmina) da ognuno dei 12 distretti del Paese e li fa giocare al massacro negli Hunger Games, mega-spettacolo televisivo che serve da monito agli spettatori-cittadini che in passato hanno osato ribellarsi contro il potere.
Dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins – ma la mente va automaticamente al giapponese “Battle Royale” (Kinji Fukasaku, 2000), che aveva una trama molto simile, a sua volta ispirata a un romanzo di Koushun Takami. Clamoroso successo ai botteghini americani, dove ha incassato ad oggi oltre 150 milioni di dollari; regia affidata al 55enne Gary Ross, che noi preferiamo ricordare per aver firmato l’indimenticabile “Pleasantville” (1998). Esempio di fantascienza apparentemente “adulta” (non mancano elementi di satira sociale nella rappresentazione di un Paese virtuale in cui l’autorità politica è del tutto assente, sostituita da un agguerrito pool di autori e produttori televisivi) che tuttavia cerca subdolamente il consenso di un pubblico composto in gran parte da teneri teen-ager occidentali, svelando così l’esistenza di una doppia morale piuttosto sgradevole, soprattutto a mente fredda. Il film non è visivamente molto originale nel mettere in scena l’abusato cliché dello scenario post-atomico (citazione per citazione, vengono in mente certe allucinazioni futuristiche di Paul Verhoeven, “Starship Troopers” su tutte), ma possiede un innegabile carisma nell’accattivare lo spettatore e coinvolgerlo in un futuro distopico e dispotico che spreca le sue molte potenzialità proprio sul più bello, quando si piega alle ferree leggi del blockbuster e si umilia in un finale pasticciatissimo che altro non è che la telefonata anticipazione dell’immancabile sequel. Alcune sequenze d’azione sono di prim’ordine, come il “fischio d’inizio” dei giochi o l’avvelenamento da vespe. La nuova star è la 21enne Jennifer Lawrence, bambolotta di espressività rivedibile già vista all’opera due anni fa in “Un gelido inverno”; tra i comprimari spiccano il presentatore Stanley Tucci e l’imprevedibile cammeo di Lenny Kravitz. Sarà anche moralismo d’accatto, ma un film che elegge a eroi positivi degli adolescenti che uccidono a sangue freddo dei loro coetanei merita almeno un’alzata di sopracciglio.

Voto: 5,5

Somewhere (Sofia Coppola, 2010)



Un uomo solo, la sua Ferrari, le camere d’albergo. Una figlia.
Quarto film di Sofia Coppola e contestatissimo Leone d’Oro a Venezia 2010, con tanto di incredibile codazzo di polemiche dell’allora Ministro della Cultura (!) Sandro Bondi (!!) che se la prese addirittura col presidente di giuria Quentin Tarantino (!!!). Se nei tre film precedenti la Coppolina aveva autorizzato qualche sospetto di abile furbizia nel vellicare con abilità gli spettatori più indie-chic (solitamente con colonne sonore lussureggianti e, va detto, di gran pregio), qui il sospetto si fa quasi certezza. Lungo esercizio di stile all’insegna di una lentezza programmatica con cui si prendono le distanze dalla verve degli ultimi prodotti da Sundance e si strizza l’occhio all’indipendente più duro e puro tipo Soderbergh-in-disintossicazione, “Somewhere” si bea del suo girare a vuoto (come da didascalica inquadratura iniziale) e intende proporci una storia d’amor paterno senza lacrime né patetismi – ma vi renderete conto anche voi dell’originalità. Meglio, molto meglio i vaghi frammenti di ordinario squallore che non necessariamente coincidono con i momenti di solitudine del protagonista; in questo senso, la breve sequenza dei Telegatti (ma ci sono ancora?) va pienamente a segno. A undici anni, la piccola Elle Fanning merita tuttavia un asterisco per come riesce a illuminare lo schermo. Colonna sonora degli stilosissimi Phoenix. I secondi (fortunatamente pochissimi) riservati a Laura Chiatti ci fanno comunque intuire che in altre parti del mondo c’è un cinema che se la passa molto peggio.

Voto: 5,5

(Inizialmente Sofia Coppola era riluttante a dare la parte di Cleo a Elle Fanning, considerandola la “tipica attrice-bambina prodigio di Hollywood”, ma accettò di incontrarla e cambiò idea)
(Nessun dialogo per i primi 15 minuti e due secondi)



Rimasto orfano dell’amatissimo padre dopo l’11 settembre, Oskar Schell ha una missione: mantenerne vivo il ricordo grazie alla memoria, agli oggetti e a una strana caccia al tesoro che inizia da una misteriosa chiave trovata in un vaso, un giorno per caso.
Dal fortunato romanzo di Jonathan Safran Foer, straordinaria favola metropolitana contemporanea sull’elaborazione del lutto e su una necessità impellente, da un certo punto in avanti: bisogna diventare grandi. La tragedia più traumatizzante di questo inizio secolo (non soltanto dal punto di vista numerico ma anche e soprattutto da quello emotivo) ha portato molte persone – parecchie anche molto più adulte del piccolo Oskar – a fare i conti con la brutale irruzione nel proprio quotidiano di un elemento mai preso prima in considerazione: l’insensato esiste, è dovunque e per natura avrà sempre la meglio su tutto ciò che è razionale e governabile attraverso una logica impeccabile. E’ di questo che parla in fondo questo film che dietro la classica storia, sempiterna ed emozionante, del racconto di formazione nasconde un discorso rivolto a tutti i bambini dai cinque agli ottant’anni: saremo anche nati per soffrire, ma non per questo bisogna viverci. Oskar rimane bambino fino a quando si ostina a far rivivere il passato attraverso fotografie, indirizzi, coordinate e numeri di telefono; quando smette di cercare e accetta di essere giunto alla fine del viaggio, scopre di essere diventato grande.
La sceneggiatura di Eric Roth asseconda alla grande il testo originale e la regia del britannico Stephen Daldry (che da ormai dodici anni continua a non sbagliare un film) ne accresce forza e intensità, aggiungendo suoni, luci e rumori per una rappresentazione ancora più forte del dolore più nero, profondo e inspiegabile. Prova indimenticabile del debuttante 14enne Thomas Horn, che dà vita insieme a Max von Sydow a una parte centrale che vale da sola tutto il film. Opera spielberghiana non solo nei suoi tratti più manifesti (l’avventura, il segreto, la felice rappresentazione dell’infanzia) ma anche nel suo difetto più grande, un eccesso di generosità che sconfina nella ridondanza di un finale che non finisce mai. Ma è un peccato che gli si perdona volentieri.

Voto: 8=



Due anziani coniugi sbarcano a Roma per conoscere il futuro marito della figlia; un giovane architetto si innamora follemente della miglior amica della sua fidanzata, di passaggio a Roma; un mite impiegato finisce improvvisamente al centro dell’attenzione di media e paparazzi; due ingenui sposini arrivano a Roma e devono fare i conti con le tentazioni della Città Eterna.
Il momento di maggior sincerità del 42°, evitabilissimo film di Woody Allen sta nell’indole del suo personaggio che, assimilando la morte alla pensione, si ostina a proseguire la propria carriera con opere sconclusionate come il disastroso adattamento teatrale dei “Pagliacci” di Leoncavallo. Altro non ci sentiamo di scrivere su una cosa come “To Rome with love”, che solo il grande affetto che ci lega al regista newyorkese ci impedisce di definire nella maniera più appropriata. Ci limiteremo perciò a un freddo elenco di scene e situazioni che ci hanno fatto riflettere, senza aggettivi qualificativi nè avverbi che possano lasciar intendere un qualsiasi giudizio.
- la processione religiosa che sbuca davanti a Benigni in pieno giorno da un vicolo di Trastevere;
- dialoghi come “Vorrei fare l’amore con te ma così commetterei adulterio” “Lascia stare la semantica” (Alessandra Mastronardi-Antonio Albanese, quasi testuale);
- il romano Alessandro Tiberi e la napoletana Mastronardi che interpretano due giovani sposi di Pordenone (!);
- la recitazione dei medesimi Tiberi e Mastronardi;
- la scena comica in cui Tiberi, a pranzo con una prostituta, scopre che sua moglie si trova nel suo stesso ristorante in compagnia di un attore famoso e si sporge troppo per spiarli, fino a cadere dalla sedia;
- la scena finale con la banda del paese (?) che suona “Volare” sulla scalinata di Trinità dei Monti.
Doppiaggio criminoso che passa e travolge tutto come un bulldozer appianando e appiattendo ogni differenza linguistica e, di conseguenza, culturale.

Voto: s.v.



Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 una (?) bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, Milano.
A nove anni da “La meglio gioventù” e a dodici da “I cento passi”, il ritorno di Marco Tullio Giordana al cinema civile e alla rievocazione rimette al centro della scena uno degli imbrogli per antonomasia nella storia del nostro sfortunato Paese. Il lavoro è ben fatto, molto accurato nella ricostruzione d’epoca, recitato ottimamente: menzione d’onore per il Pinelli di Pierfrancesco Favino e l’Aldo Moro di Fabrizio Gifuni, mentre Valerio Mastandrea sta un po’ stretto nei panni di un commissario Calabresi a una dimensione. La tesi portata avanti con coraggio e chiarezza (merito della calibratissima sceneggiatura di Rulli & Petraglia) è quella sostenuta da Paolo Cucchiarelli nel libro “Il segreto di Piazza Fontana”, vale a dire la “doppia bomba”: una piazzata dagli anarchici a scopo dimostrativo, l’altra – dal potenziale ben più distruttivo, la vera colpevole della strage – a opera dei neofascisti veneti con l’aiuto determinante di elementi deviati della NATO e dei nostri servizi segreti (occorre ricordare che la tesi di Cucchiarelli non è certo inoppugnabile, ed è stata di recente contestata da alcuni protagonisti della vicenda come Adriano Sofri, tra i leader di Lotta Continua, condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio Calabresi).
Un po’ appesantito da un certo didascalismo (specialmente nei dialoghi), comunque necessario per raggiungere i fini didattici che Giordana si è lodevolmente prefissato, il film si muove abbastanza fedelmente nel solco tracciato per primo dal fortunato “Romanzo criminale” di Placido, con cui condivide una certa fascinazione per le trame più che oscure, per il complottismo d’assalto e per quel sempre più diffuso senso di anti-Stato che va diffondendosi in Italia da tempo, e certamente non senza ragioni. Va ricordato, per esempio, che non è del tutto vero che la strage sia rimasta senza colpevoli, come si legge prima dei titoli di coda: se non è stato possibile arrivare a una verità giuridica, quella storica ha comunque riconosciuto come esecutori materiali della strage i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura. Tutto quel che resta lo cataloghiamo in un altro fascicolo: la dimensione emotiva, la sfera dei sentimenti, dell’indignazione, della rabbia e dell’angoscia (molto ben rappresentate) che condividiamo col ferroviere Pinelli torchiato da tre giorni in un ufficio di commissariato, con l’etereo Aldo Moro che si muove lieve e felpato come un fantasma, con i tormenti di Calabresi accompagnato dall’angelo della morte fin dalla prima scena, con l’arrogante impunità del questore Guida che mente senza pudore ai giornalisti, al Paese. Facce e corpi di italiani, alcuni perbene altri no: il vero dramma – che con il tempo, si sa, si trasforma in farsa – è che non sapremmo dirvi chi sono gli uni e chi gli altri.

Voto: 7+



Donna in carriera, 37 anni, sola e infelice, Mavis Gary fa i bagagli e lascia Minneapolis per tornare a Mercury, il paesello della sua adolescenza da bella e invidiata reginetta del liceo. Il capriccioso obiettivo è riconquistare la vecchia fiamma Buddy, nel frattempo sposato con prole.
“25 years and my life is still/trying to get up that great big hill of hope/for a destination”. Quarta commedia dell’ottimo Jason Reitman, a due anni dalla precedente “Tra le nuvole”; la seconda con Diablo Cody come sceneggiatrice, dopo il successo di “Juno”. Dopo aver messo al centro della scena tre personaggi quantomeno insoliti (un lobbista per una multinazionale del tabacco, un’adolescente incinta, il “tagliatore di teste” di una grande azienda) nei precedenti lavori, Reitman batte per la prima volta la strada della verosimiglianza e dell’immedesimazione. Ne esce il suo film più aspro e drammatico, che non mancherà di infliggere più di un colpo basso al pubblico (non necessariamente solo femminile); il ritmo è molto più lento e posato che in passato, adeguandosi al tran-tran dignitosamente squallido (o squallidamente dignitoso?) della profonda provincia del Minnesota. Charlize Theron si conferma attrice il cui valore è quasi all’altezza del fascino. Il copione è a volte prevedibile e telefonato e si snoda attraverso passaggi obbligati che lo spettatore medio anticipa quasi automaticamente, abituato da anni e anni di variazioni sul tema; ma le rappresentazioni dell’infelicità e della disperazione quotidiana – spesso inconsapevole e perciò ancora più traumatica al momento di salire a galla – vanno pienamente a segno e, ancora più importante e meritorio, sono totalmente immerse nel contemporaneo, in questo 2012 in cui “le panchine sono piene di gente che sta male” (il maestro Battiato ci perdoni la citazione indebita). Mavis Gary, alle prese con un malessere di cui giustamente non ci vengono forniti alibi nè pretestuose motivazioni (anche la storia dell’aborto, chissà se è poi vera), non farà nulla per risultare simpatica o compassionevole nè pronuncerà battute memorabili da re-tweet compulsivo; ma nel frattempo il suo è un tarlo che scaverà sotto traccia, diventando una specie di post-it sull’animo di molti di voi che state leggendo e anche un po’ di chi sta scrivendo.

Voto: 7

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