Category: Anni ’90




Odissea interstatale di Scott Favor e del suo amico narcolettico Mike Waters, che si mantengono da vivere prostituendosi con uomini e donne. Scott è ricco di famiglia e lo fa per provocare e mettere in imbarazzo suo padre; Mike, gay e innamorato di Scott, sogna di ritrovare sua madre.
Terzo film di Gus Van Sant, il più conosciuto (ma non necessariamente il migliore) della sua prima fase da alfiere del cinema indipendente americano a cavallo tra gli ’80 e i ’90. Opera dai tanti aggettivi: ambiziosa, emozionante, irritante, estetizzante, retorica, compiaciuta, folgorante, dal respiro decisamente letterario (trattasi in effetti di libero – molto libero – adattamento dell’Enrico IV di Shakespeare, del quale nel finale viene citato il contributo agli “additional dialogues”). Elegia romantica e via via sempre più struggente di un mondo borderline di cui Van Sant non si limita a tratteggiare pro domo sua solamente il côté omosessuale, ma ne propone una particolare visione all’insegna di una certa “poetica dei bassifondi”; ma questa parte, in verità, è quella meno originale e più artificiosa. Solito uso criminoso del doppiaggio e della traduzione, che non tiene neanche conto del titolo originale (“My own private Idaho”, in pratica “l’Idaho dei miei sogni”, in riferimento al luogo ideale nell’anima di Mike in cui vive felice con sua madre ancora viva). Rimangono nella memoria la sequenza delle copertine e il finale, tristissimo. Nei titoli di coda si scoprono cose interessanti: uno dei “ragazzi di vita” incontrati da Mike a Roma è interpretato da Massimo Di Cataldo, che qualche anno dopo otterrà un effimero successo con qualche svenevole canzoncina adolescenziale.

Voto: 6,5

(Primo film di Jim Caviezel)



Tra New York, Venezia e Parigi, le peripezie sentimentali di una ricca famiglia della Grande Mela.
L’omaggio di Woody Allen ai grandi musical americani anni ’40 e ’50 si risolve in una summa della sua poetica in chiave musical: le diatribe politiche, New York primavera-estate-autunno-inverno, i personaggi in analisi, le battute fulminanti, quel classico clima surreale in cui il regista sguazza come una rana nello stagno divertendosi un mondo. Uno tra i film più felici e spensierati nell’intera produzione alleniana, in cui l’organizzazione dei numeri musicali – alcuni riusciti (“My baby just cares for me” canticchiata da Edward Norton in gioielleria), altri meno – non prende pigramente il sopravvento sulla narrazione ma anzi la stimola e la ravviva di un brio contagioso che si riflette nelle performances degli attori, tutti perfetti. Il risultato è un melodico e armonico inno all’amore in cui Woody Allen si concede letteralmente qualsiasi libertà, compreso baciare Julia Roberts e far volteggiare Goldie Hawn in riva alla Senna. Cast come sempre sontuoso, in cui spiccano in ruoli minori l’ex galeotto Tim Roth e la brillante Natasha Lyonne.

Voto: 7+



Nel selvaggio West Bret Maverick si guadagna da vivere tra truffe e partite a poker e ora ha in testa di racimolare i 25 mila dollari necessari a partecipare a un torneo dal primo premio di 500 mila verdoni.
Dopo i tre fortunati capitoli della saga di “Arma letale”, nel 1994 Mel Gibson e il regista Richard Donner si concedono quest’escursione western in cui viene sostanzialmente riproposto lo stesso canovaccio dell’eroe dalla battuta pronta e il grilletto velocissimo. Tutto è prevedibile e molto è gradevole in questa commedia di intrighi, doppi giochi e false piste sul modello della Stangata, tratta da un telefilm anni ’60 di successo in cui il protagonista James Garner è qui il papà di Mel Gibson. Donner dirige con verve e mano ferma e si concede una divertente auto-citazione facendo comparire Danny Glover (ma non svelandolo) in mezzo a una rapina in banca. Cast di supporto niente male con Jodie Foster raramente così frizzante e i due villain Alfred Molina e James Coburn piuttosto divertiti dalla situazione. Prima di perdere la brocca, tutto sommato Mel Gibson era un simpaticone.

Voto: 6+



Giugno 1941: la scalcagnata unità navale Garibaldi approda a Megisti, una sperduta isoletta nel mar Egeo, con il compito di occuparla e proteggerla da eventuali attacchi nemici.
“Dedicato a quelli che stanno scappando”. Capitolo conclusivo della “trilogia della fuga” di Gabriele Salvatores iniziata con “Marrakech Express” (1988) e proseguita con “Turné” (1990), è il più debole e macchiettistico dei tre. Con l’escamotage narrativo un po’ trito del ritorno al passato (solo due anni prima ne aveva fatto manbassa il pur ottimo “Nuovo Cinema Paradiso”, per rimanere in tema di Oscar), Salvatores non si discosta granchè dai suoi temi prediletti: il viaggio, gli amici, la fuga dalle responsabilità nell’impossibilità di “cambiare il mondo” (dicono proprio così, gli otto naufraghi inconsapevolmente pre-sessantottini). Si parla del passato per rappresentare lo sconsolante presente dei primi anni ’90, con la disillusione privata e politica come nodi centrali del racconto. Il clima buzzatiano di attesa scivola presto nel classico immaginario salvatoresco: le partite di calcio sulla spiaggia, le canne ante-litteram, il solito cameratismo maschilista. Non mancano comunque i frammenti ispirati in un’opera stilisticamente molto più curata delle precedenti, grazie alla fotografia di Italo Petriccione e alle musiche di Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani. Sorprendente Oscar come miglior film straniero nel 1992, beffando il ben più quotato “Lanterne rosse” di Zhang Yimou: mettendo per un attimo da parte l’orgoglio patrio, si tratta di una delle vittorie più incomprensibili e astruse nella storia dell’Academy?

Voto: 6-



Un anno nella vita del professor Paul Ashworth – no, meglio: una stagione calcistica nella vita del professor Paul Ashworth. Ma non una qualsiasi; precisamente, LA stagione 1988-89.
Dall’omonimo romanzo di Nick Hornby. Probabilmente il più bel film mai realizzato su quello è che altrettanto probabilmente lo sport più bello del mondo, fortemente debitore a una realtà romanzesca che in quella primavera del 1989 superò di gran lunga l’immaginazione del più fervido degli sceneggiatori: prima la più grande tragedia della storia del calcio inglese (consumatasi a Hillsborough, Sheffield il 15 aprile), poi il crollo sportivo dell’Arsenal che non vinceva il titolo da 18 anni e infine l’incredibile epilogo ad Anfield Road, con il gol decisivo segnato a tempo scaduto da Michael Thomas (in Italia accadde qualcosa di simile solo nel 1973, con il gol di Cuccureddu a 3 minuti dalla fine del campionato che diede lo scudetto alla Juventus mentre il Milan crollava nella fatal Verona). Terminato il necessario excursus sportivo, resta da parlare del film: “Febbre a 90°” è un piccolo film senza pretese, girato con pochi mezzi e grammatiche televisive, ma comunque sincero e appassionato, genuino fino a diventare naif, con un Colin Firth impagabile e tanti bravi attori di contorno (a cominciare dall’amico Mark Strong, visto nel recentissimo “La talpa”). E’ un lungo sogno sul pallone come dovrebbe essere, passionale e affidabile compagno di viaggio con cui crescere e in cui rifugiarsi all’occorrenza, stagione dopo stagione. Messaggio di fondo banale ma inattaccabile: non è mai finita finché non è finita. Film di culto per tutti gli appassionati di calcio, che si ritroveranno ad annuire istintivamente in molti passaggi, a cominciare dalla reazione rabbiosa riservata alla più insensata delle frasi: “E’ solo un gioco”.

Voto: 7



David e Jennifer Wagner, gemelli senza padre e con madre problematica, sono grandi appassionati della sit-com anni ’50 “Pleasantville”, e un giorno ci finiscono dentro, diventando rispettivamente Bud e Mary Sue Parker, i due figli della famiglia protagonista della serie.
“Ho avuto una bella giornata”. Uno dei capolavori nascosti del panorama mainstream americano anni ’90, appartenente a un genere – la commedia fantasy – affascinante e rischioso come pochi, con sempre meno esemplari all’altezza dei grandi classici hollywoodiani. “Pleasantville” è precisamente uno di questi, un film-cometa che illumina la scena per due ore con grazia, leggerezza e umorismo che col senno di poi hanno del miracoloso, visto che la carriera del californiano Gary Ross (qui alla sua prima regia) non si è poi distinta granché negli anni successivi. Comunque sia, per caso o per fortuna o grazie a chissà quale congiunzione astrale, “Pleasantville” merita di far parte di quella categoria di film del cuore che sopravvivono anche alla cinquantesima replica, opera d’arte ispiratissima e facilissima da amare. La geniale idea di partenza, sviluppata con un uso creativo del colore e degli effetti speciali che fa subito pensare a “Forrest Gump” e a “La rosa purpurea del Cairo”, va subito oltre la dimensione di episodio da serie tv che sembrava all’inizio e col passare dei minuti si fa rotonda, bella, completa, didattica ma mai prevedibile né petulante, divertente senza mai neanche pensare di essere volgare. Elogio elegantissimo e scatenato dell’errore, del difetto, del dubbio come motore della vita e (nel suo piccolo) della civiltà. Una grande squadra di caratteristi al servizio di una sceneggiatura infallibile, con i giovani Tobey Maguire e Reese Witherspoon al decollo delle rispettive carriere. Super colonna sonora, furbetta ma di sicuro impatto, con capisaldi di Miles Davis (“So what”) ed Etta James (“At last”, di cui se ne fa magnifico uso), fino alla gran bella cover di Fiona Apple di “Across the Universe” dei Beatles. Tante scene memorabili, su tutte quella in cui la signora Parker (una meravigliosa Joan Allen) scopre le nuove e inattese potenzialità che si nascondono in un banale bagno caldo.

Voto: 8



Dopo un estemporaneo sfoggio di onestà professionale, il procuratore sportivo Jerry Maguire viene liquidato senza tanti complimenti dalla sua azienda e si ritrova in mezzo a una strada. Gli unici a seguirlo sono il più scarso tra i suoi assistiti e una mite segretaria, da sempre innamorata di lui.
Altrove in questo blog si è parlato delle circostanze, difficili da spiegare razionalmente, che fanno sì che il californiano Cameron Crowe, regista anonimo e sceneggiatore spesso intollerabilmente ruffiano, riesca sempre più o meno a confezionare dei bei film. Non fa eccezione “Jerry Maguire”, a cui non manca nessuna delle lacune che tanto mandano in bestia la critica più paludata: una storia fin troppo buonista, dialoghi zuccherosi, una recitazione sopra le righe. Eppure ci si affeziona, incomprensibilmente, inevitabilmente: potrebbe essere questione di dettagli, una battuta felice, uno sguardo di un’incantevole Renée Zellweger con i suoi occhioni sgranati, una “Secret Garden” di Bruce Springsteen infilata a tradimento (sì, ecco una qualità indiscutibile di Crowe: sa costruire come pochissimi una soundtrack). Questo film dall’allure clintoniana tipicamente anni ’90, crepitante d’ottimismo come un bel camino acceso d’inverno, riscalda e potrà perfino risultare consolante in questi giorni di crisi e di maltempo. Si fa ben volere anche per i suoi difetti, come per esempio un Tom Cruise magrissimo al limite del sopportabile o la performance da “bovero negro dando simbatigo” di Cuba Gooding Jr., che nel 1996 scippò a Edward Norton la statuetta come miglior attore non protagonista: uno degli Oscar più scandalosi della storia.

Voto: 6,5

(Con questo film Tom Cruise stabilì per primo il record di 5 film consecutivi ad aver incassato oltre 100 milioni di dollari)
(Per il ruolo di Dicky Fox Cameron Crowe avrebbe fortemente voluto Billy Wilder. Wilder aveva inizialmente dato il suo consenso, ma si tirò indietro il giorno prima dell’inizio delle riprese. Crowe, grande fan di Wilder, aveva modellato il personaggio di Dorothy ispirandosi a quello di Shirley MacLaine ne “L’appartamento”)
(Per il ruolo di Dorothy furono prese in considerazione anche Courtney Love, Uma Thurman, Nicole Kidman e Cameron Diaz e fu sottoposta a provino anche Mira Sorvino)



Anni ’70: Samuel “Asso” Rothstein, giocatore professionista che con le sue vincite fa la fortuna di una famiglia mafiosa, viene promosso alla direzione del Casinò Tangiers a Las Vegas.
Secondo film dell’accoppiata Martin Scorsese-Nicholas Pileggi, che già nel 1990 aveva prodotto “Quei bravi ragazzi”. “Casinò” ne è il seguito ambientato nel Far West, in quell’assurda cattedrale nel deserto (del Nevada) che è Las Vegas. I personaggi non sono realmente esistiti, ma la storia è liberamente ispirata alla vita di Frank Rosenthal, l’imprenditore colluso con la mafia che gestì per una decina d’anni il casinò Stardust e visse molte delle vicende raccontate nel film (l’attentato fallito, il rapporto burrascoso con la moglie). Mastodontico, tendente alla bulimia e al gigantismo scenico e narrativo (ma le quasi tre ore di durata volano via come un bicchiere d’acqua), “Casinò” è magnificamente scorsesiano per la sua generosità, per la sua violenza non solamente fisica, per il suo ritmo infallibile, per la maestria con cui sa fondere immagini e musica dando vita a sequenze sbalorditive (se in “Goodfellas” era da tramandare ai posteri la lunga scena sulla piano exit di “Layla” di Eric Clapton, qui i momenti più alti arrivano sulle note di “The House of the Rising Sun”). Ennesima scarica di picconate sul sogno americano, Scorsese si diverte quasi infantilmente a mostrarci il lato sporco e corrotto del suo paese, scatenandosi allo stesso tempo in una ricerca dell’eccesso e del barocco (la soggettiva impossibile della narice che sniffa la coca) che non può non estasiare. Trattandosi di un film ambientato a Las Vegas, è una soluzione addirittura doverosa. De Niro (ben doppiato da Gigi Proietti), raramente così efficace, limita le gigionerie e lascia spazio a un Joe Pesci sontuoso e alla miglior Sharon Stone della carriera, addirittura premiata con la nomination all’Oscar. E’ il miglior film “minore” di Scorsese, tra quelli per cui antepose gli interessi di cassetta a quelli artistici.

Voto: 7,5

(E’ il film che detiene il record mondiale del maggior numero di volte in cui viene pronunciata la parola “fuck” e le sue derivazioni: in tutto 422, per una media di 2,4 volte al minuto)
(Fu una grande sofferenza per Sharon Stone girare alcune scene all’interno del casinò: soffriva da tempo di mal di schiena a causa di un vecchio incidente e fu costretta a indossare un abito che pesava oltre 20 chili)
(Frank “Lefty” Rosenthal, l’uomo a cui è ispirato il personaggio di De Niro, avrebbe voluto Richard Widmark a interpretare quella parte. Ma Widmark aveva già 80 anni…)
(Scorsese aveva pensato alla famosa e crudissima scena della “testa nella pressa” in quest’ottica: l’aveva realizzata pensando che sarebbe stata sicuramente censurata, ma che in cambio la MPAA avrebbe lasciato nel prodotto finale molte altre scene piuttosto violente. Ma a sorpresa la MPAA non mosse obiezioni neanche per quella scena, che fu invece tagliata dalla versione distribuita nei cinema svedesi: a oggi è l’ultima operazione di censura attuata in Svezia)
(Quando venne a sapere che Scorsese era interessato a lavorare con lui, James Woods telefonò all’ufficio del regista e lasciò in segreteria il seguente messaggio: “In qualunque momento, in qualunque posto, per qualunque parte, per qualunque stipendio”)

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