Category: Commedie


Somewhere (Sofia Coppola, 2010)



Un uomo solo, la sua Ferrari, le camere d’albergo. Una figlia.
Quarto film di Sofia Coppola e contestatissimo Leone d’Oro a Venezia 2010, con tanto di incredibile codazzo di polemiche dell’allora Ministro della Cultura (!) Sandro Bondi (!!) che se la prese addirittura col presidente di giuria Quentin Tarantino (!!!). Se nei tre film precedenti la Coppolina aveva autorizzato qualche sospetto di abile furbizia nel vellicare con abilità gli spettatori più indie-chic (solitamente con colonne sonore lussureggianti e, va detto, di gran pregio), qui il sospetto si fa quasi certezza. Lungo esercizio di stile all’insegna di una lentezza programmatica con cui si prendono le distanze dalla verve degli ultimi prodotti da Sundance e si strizza l’occhio all’indipendente più duro e puro tipo Soderbergh-in-disintossicazione, “Somewhere” si bea del suo girare a vuoto (come da didascalica inquadratura iniziale) e intende proporci una storia d’amor paterno senza lacrime né patetismi – ma vi renderete conto anche voi dell’originalità. Meglio, molto meglio i vaghi frammenti di ordinario squallore che non necessariamente coincidono con i momenti di solitudine del protagonista; in questo senso, la breve sequenza dei Telegatti (ma ci sono ancora?) va pienamente a segno. A undici anni, la piccola Elle Fanning merita tuttavia un asterisco per come riesce a illuminare lo schermo. Colonna sonora degli stilosissimi Phoenix. I secondi (fortunatamente pochissimi) riservati a Laura Chiatti ci fanno comunque intuire che in altre parti del mondo c’è un cinema che se la passa molto peggio.

Voto: 5,5

(Inizialmente Sofia Coppola era riluttante a dare la parte di Cleo a Elle Fanning, considerandola la “tipica attrice-bambina prodigio di Hollywood”, ma accettò di incontrarla e cambiò idea)
(Nessun dialogo per i primi 15 minuti e due secondi)



A Las Vegas, un giocatore spiantato sogna il colpo della vita: partecipare e possibilmente vincere le World Series di poker.
Nel non vastissimo filone di pellicole legate alle carte e al poker, che secondo gli appassionati è capeggiato dal dimenticabile “Il giocatore” (John Dahl, 1998), merita un posto tra le prime file questo film piccolo e sobrio a firma Curtis Hanson, tra i mestieranti più solidi che siano passati da Hollywood negli ultimi decenni. Un cast di buon livello (con l’inossidabile Robert Duvall a dar lezione al marmoreo Eric Bana; breve comparsata di Robert Downey Jr.) si cimenta nella storia un po’ risaputa del gioco che è metafora della vita; ma la sceneggiatura di Eric Roth sa tenersi ben distante dalle banalità e cliché assortiti sul mondo del poker e rende la pellicola godibile e avvincente, nonostante manchi in generale di un po’ di mordente e incisività specialmente nella parte finale. Gli appassionati apprezzeranno la totale assenza di quelle classiche mani spettacolari e impossibili che infestano i film di genere: il massimo eccesso che si concede il copione è una scala colore per Robert Duvall. Cammei a profusione di molti importanti pokeristi statunitensi; nella scena del Main Event, lo speaker e il giornalista che fa le interviste sono stati doppiati in modo nefasto dai nostrani Fabio Caressa e Stefano De Grandis.

Voto: 6,5



Due anziani coniugi sbarcano a Roma per conoscere il futuro marito della figlia; un giovane architetto si innamora follemente della miglior amica della sua fidanzata, di passaggio a Roma; un mite impiegato finisce improvvisamente al centro dell’attenzione di media e paparazzi; due ingenui sposini arrivano a Roma e devono fare i conti con le tentazioni della Città Eterna.
Il momento di maggior sincerità del 42°, evitabilissimo film di Woody Allen sta nell’indole del suo personaggio che, assimilando la morte alla pensione, si ostina a proseguire la propria carriera con opere sconclusionate come il disastroso adattamento teatrale dei “Pagliacci” di Leoncavallo. Altro non ci sentiamo di scrivere su una cosa come “To Rome with love”, che solo il grande affetto che ci lega al regista newyorkese ci impedisce di definire nella maniera più appropriata. Ci limiteremo perciò a un freddo elenco di scene e situazioni che ci hanno fatto riflettere, senza aggettivi qualificativi nè avverbi che possano lasciar intendere un qualsiasi giudizio.
- la processione religiosa che sbuca davanti a Benigni in pieno giorno da un vicolo di Trastevere;
- dialoghi come “Vorrei fare l’amore con te ma così commetterei adulterio” “Lascia stare la semantica” (Alessandra Mastronardi-Antonio Albanese, quasi testuale);
- il romano Alessandro Tiberi e la napoletana Mastronardi che interpretano due giovani sposi di Pordenone (!);
- la recitazione dei medesimi Tiberi e Mastronardi;
- la scena comica in cui Tiberi, a pranzo con una prostituta, scopre che sua moglie si trova nel suo stesso ristorante in compagnia di un attore famoso e si sporge troppo per spiarli, fino a cadere dalla sedia;
- la scena finale con la banda del paese (?) che suona “Volare” sulla scalinata di Trinità dei Monti.
Doppiaggio criminoso che passa e travolge tutto come un bulldozer appianando e appiattendo ogni differenza linguistica e, di conseguenza, culturale.

Voto: s.v.



La mora Vicky e la bionda Cristina trascorrono l’estate a Barcellona. Oltre al fascino della città, dovranno fare i conti con il bel seduttore Juan Antonio e la di lui turbolenta compagna Maria Elena.
Ci manca ancora qualche pezzo per finire la collezione, ma “Vicky Cristina Barcelona” ha buone probabilità di essere il film più noioso e fastidioso dell’intera carriera di Woody Allen. Noioso perché non si ride praticamente mai e si sbadiglia non poco di fronte a un fiacco ménage à trois appesantito dalle rivedibili recitazioni dei tre divi Bardem-Cruz-Johansson; fastidioso perché si fa davvero molta fatica a credere a un Allen che a quasi ottant’anni si scopre vitalista e anti-moralista per contratto. Girato nel 2008, dunque in pieno periodo “europeo” del regista (la fuga nel Vecchio Continente è giustificata con il sempre minore appeal dei film di Allen in America; fortunatamente, il recente “Midnight in Paris” ha fatto segnare un’inversione di tendenza), VCB è più che altro un dépliant animato da Ente del Turismo, con una Spagna di cui sono continuamente esibiti i simboli (un’opera di Gaudi, un bicchiere di vino, una chitarra che suona: manca solo la corrida) per coprire un vuoto d’idee e d’ispirazione che affligge dall’inizio alla fine questo film svogliato e trascinato. Rebecca Hall porta a scuola una Scarlett Johansson esplosiva e niente più, della quale questo film svela definitivamente il bluff di fingersi grande attrice nonostante le ottime referenze alleniane; Javier Bardem va a spasso con stile per un’ora e mezza con la sua barba lunga da sette del mattino; Penelope Cruz (addirittura Oscar!) si limita al compitino della pazza e caliente di buon cuore. Qualche scorcio azzeccato, merito della fotografia di Javier Aguirresarobe.

Voto: 4,5



Donna in carriera, 37 anni, sola e infelice, Mavis Gary fa i bagagli e lascia Minneapolis per tornare a Mercury, il paesello della sua adolescenza da bella e invidiata reginetta del liceo. Il capriccioso obiettivo è riconquistare la vecchia fiamma Buddy, nel frattempo sposato con prole.
“25 years and my life is still/trying to get up that great big hill of hope/for a destination”. Quarta commedia dell’ottimo Jason Reitman, a due anni dalla precedente “Tra le nuvole”; la seconda con Diablo Cody come sceneggiatrice, dopo il successo di “Juno”. Dopo aver messo al centro della scena tre personaggi quantomeno insoliti (un lobbista per una multinazionale del tabacco, un’adolescente incinta, il “tagliatore di teste” di una grande azienda) nei precedenti lavori, Reitman batte per la prima volta la strada della verosimiglianza e dell’immedesimazione. Ne esce il suo film più aspro e drammatico, che non mancherà di infliggere più di un colpo basso al pubblico (non necessariamente solo femminile); il ritmo è molto più lento e posato che in passato, adeguandosi al tran-tran dignitosamente squallido (o squallidamente dignitoso?) della profonda provincia del Minnesota. Charlize Theron si conferma attrice il cui valore è quasi all’altezza del fascino. Il copione è a volte prevedibile e telefonato e si snoda attraverso passaggi obbligati che lo spettatore medio anticipa quasi automaticamente, abituato da anni e anni di variazioni sul tema; ma le rappresentazioni dell’infelicità e della disperazione quotidiana – spesso inconsapevole e perciò ancora più traumatica al momento di salire a galla – vanno pienamente a segno e, ancora più importante e meritorio, sono totalmente immerse nel contemporaneo, in questo 2012 in cui “le panchine sono piene di gente che sta male” (il maestro Battiato ci perdoni la citazione indebita). Mavis Gary, alle prese con un malessere di cui giustamente non ci vengono forniti alibi nè pretestuose motivazioni (anche la storia dell’aborto, chissà se è poi vera), non farà nulla per risultare simpatica o compassionevole nè pronuncerà battute memorabili da re-tweet compulsivo; ma nel frattempo il suo è un tarlo che scaverà sotto traccia, diventando una specie di post-it sull’animo di molti di voi che state leggendo e anche un po’ di chi sta scrivendo.

Voto: 7



Londra 1880: alle prese con i problemi di infelicità e isteria delle sue molte pazienti, un giovane medico scopre che la soluzione è a portata di dita.
Terza regia della statunitense Tanya Wexler, a dieci anni di distanza dalla precedente (“Ball in the House”, 2001). Filmetto davvero innocuo e leggero, ben lungi dal poter diventare un “caso” o uno “scandalo” come qualche gazzetta aveva inutilmente cercato di far credere (che tempi). “Hysteria” è immerso dall’inizio alla fine in un pentolone di carineria da cui non riesce a emergere neanche per un attimo, accontentandosi di qualche battutina salace (niente di così originale, comunque) e due o tre gag riuscite discretamente: merito dell’immarcescibile Rupert Everett che si staglia sulla mediocrità generale anche con una particina di secondo piano. Di trasgressione e audacia neanche l’ombra: il sesso e le situazioni pruriginose che potrebbero derivarne vengono riadattate in chiave castamente inglese, quasi a mettere su una versione ottocentesca e affettata di “Quattro matrimoni e un funerale”, con il bellimbusto Hugh Dancy nel ruolo che fu di Hugh Grant e un finale sulla neve che rievoca quello piovoso del film di Mike Newell. Il proto-femminismo di cui si fa portabandiera Maggie Gyllenhaal è di somma inconsistenza. Intrattenimento buono per una serata invernale da DVD.

Voto: 5+



Un disc-jockey spiantato e un pappone di piccolo cabotaggio finiscono per vie traverse in prigione nella stessa cella, dove fanno conoscenza con uno strampalato italiano dietro le sbarre per omicidio.
Una delle opere più famose e antonomastiche dello statunitense Jim Jarmusch, vate della scena underground americana: l’incontro con Roberto Benigni al Festival di Salsomaggiore dell’anno prima è la molla che fa scattare un’amicizia e un sodalizio artistico che durano ancora oggi. Film squinternato, senza storia e senza ritmo, in cui il concetto d’evasione va oltre il significato letterale e diventa fuga dalla realtà, dalla logica, dal cinema convenzionale: uno scenario in cui ovviamente sguazza un Benigni a briglia sciolta che coinvolge e trascina anche l’ingessata coppia John Lurie-Tom Waits (due musicisti prestati al cinema). Lo sgangherato anglo-italiano del comico toscano raggiunge vette altissime (“The boat is finished!”), incoraggiato da un copione che lascia ampia improvvisazione ai tre interpreti. Suggestiva fotografia in bianco/nero di Robby Mueller, tra i collaboratori più fidati di Wim Wenders. Dedicato a Pascale Ogier, giovane attrice francese di belle speranze morta d’infarto nel 1984 alla vigilia del suo 26° compleanno, e a Enzo Ungari, grande uomo di cinema e “mangiatore di film” anch’egli scomparso prematuramente nel 1985.

Voto: 6+



Giugno 1941: la scalcagnata unità navale Garibaldi approda a Megisti, una sperduta isoletta nel mar Egeo, con il compito di occuparla e proteggerla da eventuali attacchi nemici.
“Dedicato a quelli che stanno scappando”. Capitolo conclusivo della “trilogia della fuga” di Gabriele Salvatores iniziata con “Marrakech Express” (1988) e proseguita con “Turné” (1990), è il più debole e macchiettistico dei tre. Con l’escamotage narrativo un po’ trito del ritorno al passato (solo due anni prima ne aveva fatto manbassa il pur ottimo “Nuovo Cinema Paradiso”, per rimanere in tema di Oscar), Salvatores non si discosta granchè dai suoi temi prediletti: il viaggio, gli amici, la fuga dalle responsabilità nell’impossibilità di “cambiare il mondo” (dicono proprio così, gli otto naufraghi inconsapevolmente pre-sessantottini). Si parla del passato per rappresentare lo sconsolante presente dei primi anni ’90, con la disillusione privata e politica come nodi centrali del racconto. Il clima buzzatiano di attesa scivola presto nel classico immaginario salvatoresco: le partite di calcio sulla spiaggia, le canne ante-litteram, il solito cameratismo maschilista. Non mancano comunque i frammenti ispirati in un’opera stilisticamente molto più curata delle precedenti, grazie alla fotografia di Italo Petriccione e alle musiche di Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani. Sorprendente Oscar come miglior film straniero nel 1992, beffando il ben più quotato “Lanterne rosse” di Zhang Yimou: mettendo per un attimo da parte l’orgoglio patrio, si tratta di una delle vittorie più incomprensibili e astruse nella storia dell’Academy?

Voto: 6-

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.