Category: Noir




Un tennista di buon livello, alle prese con una complicata separazione matrimoniale, incontra in treno un ricco scapestrato che gli propone un piano diabolico: si offre di fargli fuori l’ex moglie se lui, in compenso, gli ucciderà l’odiato padre.
Tratto dall’omonimo romanzo d’esordio di Patricia Highsmith, grande classico firmato Alfred Hitchcock. Tra i suoi film più gotici ed espressionisti, non solo nello stile (nell’intera cinematografia del Maestro non si ricorda una scena più concitata e mozzafiato di quella finale sulla giostra) ma anche per una certa bizzarra combinazione di umorismo e grottesco che fa capolino anche nelle scene più drammatiche (l’incontro col bambino col palloncino al luna park è un frammento degno di Fritz Lang). Per il resto è un compendio hitchcockiano di figure e temi ricorrenti, dal topos del doppio alla presenza del treno, affrontati con ritmo serratissimo e dialoghi sopra le righe (per i quali vanno forse riconosciuti dei meriti a Raymond Chandler, il grande autore di gialli e polizieschi che collaborò alla sceneggiatura ma fu comunque silurato da Hitchcock a metà realizzazione). Il miglior film nonché l’ultimo di Robert Walker, eccellente villain atteso nel 1951, a soli 32 anni, a una morte per overdose su cui non fu mai fatta piena luce. Alla figlia Patricia Hitchcock spetta la parte della futura cognata impicciona. Il McGuffin di turno è un accendino smarrito dal tennista a inizio film, protagonista di un incalzante montaggio alternato verso la fine. Conosciuto anche come “Delitto per delitto”.

Voto: 7,5



In un casinò di Las Vegas gestito all’antica dal suo dispotico direttore, un “cooler” (mestiere che consiste nell’interrompere il flusso di energia positiva dei giocatori vincenti con la sola presenza al tavolo; in sintesi, un porta-sfiga) s’innamora di una bella cameriera e vorrebbe darci un taglio.
Secondo film del sudafricano Wayne Kramer, che ottenne un buon successo al Sundance Film Festival 2003 e arrivò a ottenere addirittura una nomination all’Oscar (per Alec Baldwin, attore non protagonista). Noir crepuscolare di piccolo cabotaggio in cui il Caso non è solo il motore, ma anche l’insolito punto di partenza, incentrata sulla bizzarra figura professionale che dà il titolo alla pellicola. Copione corretto (firmato da Kramer e da Frank Hannah), tutto virato sul nostalgico. Come nell’affine “Sydney” (Paul Thomas Anderson, 1996), le atmosfere contano più della trama. Fa strano vedere William H. Macy, il caratterista per eccellenza del cinema americano contemporaneo, in un ruolo da protagonista che lo vede un po’ fuori parte; se la cavano meglio i comprimari Maria Bello (due anni prima di essere scoperta da Cronenberg) e appunto Baldwin, meno bolso e più energico del solito.

Voto: 6

(Ha detto William H. Macy: “Quando abbiamo portato il film nei festival europei, tutti discutevano della sceneggiatura e dei personaggi. Quando l’abbiamo portato in America, tutti non facevano che parlare di quanto stava bene Maria Bello nelle sue scene di nudo”)



A Las Vegas John, spiantato a caccia di soldi per assicurare a sua madre una degna sepoltura, incontra per caso l’anziano e saggio Sydney, che senza un motivo apparente si offre di aiutarlo a raccogliere i soldi e a mantenersi col gioco.
Di frasi secondo cui Paul Thomas Anderson sarebbe “l’erede designato di Robert Altman” sono pieni i testi sacri della settima arte. In attesa che il tempo ci sveli se il paragone è calzante, rimane agli atti la clamorosa bravura di questo regista losangelino che a 29 anni (!) girava “Magnolia” e a 26 esordì con questo “Sydney” (titolo originale “Hard Eight”, che è un particolare punteggio nel gioco dei dadi), noir espressamente sotto le righe, senza facilitazioni né scorciatoie, che percorre quietamente la via del genere con filosofia rigorosamente deterministica e varie strizzatine d’occhio ad Altman medesimo ma anche ad altri suoi commilitoni, come il suo grande amico Quentin Tarantino che per il personaggio principale sembra avergli ceduto in prestito l’idea del signor Wolf di “Pulp Fiction”. Interessante soprattutto guardarlo a ritroso, alla luce dei luoghi ricorrenti dei suoi semi-capolavori “Boogie Nights”, “Magnolia” e “Il petroliere”: vi si ritrovano, oltre alla consueta abilità dietro la cinepresa, l’attenzione ai temi del senso di colpa e del passato che ritorna e attori fidati come Philip Baker Hall, John C. Reilly e (in una particina) Philip Seymour Hoffman. Film che procede a sbalzi, con brusche accelerazioni a interrompere un ritmo molto lento, che dà un senso d’incompiutezza e di preparazione a qualcosa di grande, come se incombesse un grande cartello con su scritto “lavori in corso”. Sui titoli di coda, Aimée Mann e Michael Penn cantano l’affascinante “Christmastime”.

Voto: 6



Florence e Julien, amanti, pianificano l’omicidio del ricco marito di lei (e capo di lui), inscenando un finto suicidio. Tutto va per il meglio, quando Julien, per lasciare l’edificio dopo il delitto, decide di prendere l’ascensore.
Da un romanzo di Noel Calef. Opera prima del francese Louis Malle, appena 25enne al momento della realizzazione. Film di culto e di importanza capitale nella storia del cinema francese, pioniere della Nouvelle Vague che esploderà di lì a pochi mesi. Al netto dell’ingenua vis trasgressiva e della naiveté da giovane ribelle (i personaggi ripresi di nuca, i soliloqui pomposamente melodrammatici di Florence), è un gran bel noir narrativamente e moralmente impeccabile, indiscutibile anche nel ruolo da protagonista lasciato al Caso. Getta molti semi che cresceranno bene negli anni seguenti, come quello della riflessione sul potere dell’immagine e sulla sua supremazia rispetto alla parola (laddove non arrivano gli interrogatori, riesce un pugno di fotografie). Musiche jazz di Miles Davis di cui Malle decide intelligentemente di non abusare, preferendo il silenzio nelle scene cruciali dal punto di vista dell’intreccio e scegliendole solo per i momenti più intimi e “caldi” (la camminata notturna di Jeanne Moreau per le strade di Parigi).

Voto: 7+



Anni ’30: Eric “Cincinnati Kid” Stoner è il miglior giocatore di Stud Poker (simile alla nostra Telesina) di tutta New Orleans. Ma chi sta arrivando in città? Niente meno che Lancey Howard, “The Man”, il più forte di tutti. Si organizza una partita.
Dall’omonimo romanzo di Richard Jessup (che era però ambientato a St. Louis, Missuori) uno dei film più belli e suggestivi sul poker. Trampolino di lancio per il canadese Norman Jewison, che si ritrovò dietro la cinepresa dopo il licenziamento di Sam Peckinpah per dissidi con la produzione (voleva dirigerlo in bianco e nero e fu Jewison a riproporre l’uso del colore, affinché venisse esaltato il rosso delle carte). Gli appassionati di carte lo adoreranno, ma anche i profani potranno apprezzarne le cadenze noir, sia nelle atmosfere (nota di merito per la calda fotografia di Philip H. Lathrop) che nella filosofia che vuole l’uomo assoggettato al Caso in ogni sua azione: si prenda a esempio l’ultima mano… Velato di misoginia nel trattamento poco riguardoso riservato a quasi tutti i personaggi femminili (spicca la fisicità di Ann-Margret, impegnata nel cliché della moglie fedifraga), ha una tenuta impeccabile che sfocia in un finale da manuale della suspense. Cast di alto livello, gremito di formidabili caratteristi come Karl Malden e Edward G. Robinson. Tra i giocatori al tavolo anche Cab Calloway, quello di “Minnie The Moocher” (do you remember Blues Brothers?). Canzone finale di Ray Charles.

Voto: 7


Rosario, ristoratore napoletano emigrato da 15 anni in Germania per circostanze poco chiare, riceve all’improvviso l’inattesa visita del figlio Diego, che non vedeva dal giorno della partenza. E’ così costretto a far tornare a galla un passato che sperava di aver rimosso.
Se il cinema italiano avesse più rispetto per il glorioso genere noir, non lo ridurrebbe a una mera questione di copia/incolla. “Una vita tranquilla”, terzo lungometraggio del padovano Claudio Cupellini, ha questo unico, enorme difetto: manca di originalità, manca di inventiva, manca di passione. A tratti vero e proprio remake dichiarato de “Le conseguenze dell’amore”, non ne possiede naturalmente la personalità e il carisma di chi dice una cosa per primo, e si rassegna a essere, per gli spettatori consapevoli, niente più che uno splendido pappagallo. La tensione e l’atmosfera sono indiscutibili, come anche qualche frammento di bel cinema (in particolare, la scena dell’omicidio del contabile) e un discreto disegno dei personaggi principali (quelli di scorta sono privi di spessore, dalla moglie tedesca alla cameriera). Nei suoi 105 minuti di andatura regolare, non riesce mai ad allontanare la fastidiosa sensazione di déjà-vu che lo mina alla base, rendendo poca giustizia alla solita performance servilliana, che proprio non può nascondere il memorabile Titta Di Girolamo quando la sceneggiatura prevede situazioni e scene a volte identiche al film di Sorrentino (la discesa in Campania dal Nord Europa, la “nuova vita” del protagonista che cela invece un terribile segreto, le musiche avanguardiste del solito Teho Teardo). Le conseguenze dell’amore paterno. Degli innamoramenti per un attore di cui il cinema italiano cade regolarmente vittima negli ultimi 15 anni (ricordiamo in passato quelli travolgenti per Castellitto, Elio Germano e ahinoi per Stefano Accorsi), quello per Tony Servillo è sicuramente il più sensato e ammirevole, ma non c’è da stare allegri se l’intero peso di un film viene riversato sulle pur larghissime spalle del formidabile attore napoletano. Nonostante qualche recensione quasi entusiasta di una critica che si muove talvolta secondo fini velatamente politici, è un’opera non più che discreta per merito quasi esclusivo di un fuoriclasse che oggi è tra i primi cinque attori al mondo in circolazione.

Voto: 6

Un autotrasportatore americano si risveglia in una bara, sepolto in un punto imprecisato del deserto iracheno: accanto a lui, solo un accendino zippo e un telefonino di cui ignora la provenienza. Come c’è finito? Chi ce l’ha messo? E soprattutto, come uscirne?
Il più efficace incubo cinematografico degli ultimi tempi porta la firma dello spagnolo Rodrigo Cortes e del suo connazionale Chris Sparling, autore della sceneggiatura che ha stregato il Sundance e si è imposta come uno dei fenomeni degli ultimi dodici mesi. Al di là delle ovvie considerazioni sul virtuosismo di una regia e di un’opera che regge per 94 minuti con un solo attore e un set ridotto a una scatola di due metri per uno, “Buried” è uno sfacciato guanto di sfida alle leggi dello spettacolo, come tanti ne sono stati lanciati nei decenni da registi anche più illustri (per limitarci alla superficie, Hitchcock si cimentò per due volte in imprese simili, con “Nodo alla gola” e l’ancora più estremo “Prigionieri dell’oceano”). La sfida di Paul Conroy va di pari passo con quella di Cortes, vinta in extremis grazie a un finale pazzesco a cui sarebbe criminale solo fare il minimo riferimento. Prima, però, la ridda infernale di telefonate, richieste d’aiuto, imprecazioni e sudore stufa dopo un’ora e non si può impedire allo spettatore di scalpitare per arrivare alla conclusione della vicenda. E’ comunque significativo come, pur in un film modernissimo e per certi versi rivoluzionario come questo, si faccia ricorso ai vecchi trucchetti da sceneggiatura classica, ben ricca di diversivi ed elementi distrattori (il serpente, la struggente telefonata alla madre). Nonostante qualche sbadiglio di troppo, dovuto all’inazione, bisogna ammettere che il copione non presenta una sola smagliatura. Un grande piccolo film.


Il caso fa incontrare tre personaggi: Corey, appena uscito di galera; Vogel, detenuto scappato da un treno durante un trasferimento da Marsiglia a Parigi; Jansen, ex poliziotto alcolizzato ma grande esperto di balistica e armi da fuoco. Insieme progettano un colpo milionario a una gioielleria di place Vendome.
Penultimo film di Jean-Pierre Melville, summa difficilmente superabile del noir; a detta del regista conterrebbe tutte e 19 le situazioni possibili per un polar (termine con cui in Francia si identifica un genere a metà tra il noir e il poliziesco). Melville sacrifica sull’altare del più rigoroso determinismo ogni digressione narrativa, ogni svolazzo stilistico, ogni variazione sul tema che distragga l’attenzione e devi la traiettoria – sia formale che strutturale – del film. Dominato da una superba asciuttezza che più volte lambisce il minimalismo, è un tentativo dalla buonissima riuscita di film-saggio sulla storia e sui temi cardinali del genere: il caso, le colpe cui non si può sfuggire, l’amicizia virile, il ruolo ornamentale delle donne, l’obbligatorio redde rationem finale. Gli attori – Alain Delon e Gianmaria Volonté essenziali fino alla secchezza – e i personaggi (di cui nulla si sa e nulla è detto) sono niente di più che oliatissimi ingranaggi di un meccanismo infallibile; qualche libertà di scrittura solo per il personaggio di Yves Montand. Memorabilia: l’ingresso in scena di Jansen, scena onirica che va a segno per il suo clamoroso stridore con le atmosfere iperrealiste del resto dell’opera; l’antologica sequenza del colpo in gioielleria, da manuale di montaggio.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

Layout 1
Torino: Sonia, cameriera slovena, incontra ad uno speed-date Guido, responsabile della sorveglianza di una villa fuori città; si piacciono e lui invita lei nella villa in assenza dei padroni di casa.
Esordio alla regia del 41enne Giuseppe Capotondi, regista pubblicitario e di video-clip (per Ligabue, Skunk Anansie, Natalie Imbruglia, Keane…) che sceglie di misurare le proprie ambizioni con un originale giallo-noir di vaga ispirazione hitchcockiana e snodi narrativi alquanto risaputi, che però ci mette stile, coraggio e un senso del cinema ben poco italiota, vedasi il buon finale e la precedenza che l’immagine ha sulla parola nella costruzione dell’intreccio, che ha il merito di seguire dall’inizio alla fine una sola, singola storia senza dipanarsi in quelle mini-digressioni da allungamento del brodo tanto care al cinema nostrano. Certo, rimane un filmetto incastrato nei meccanismi strangolatori del nostro sistema: dunque costanti compromessi tra le velleità artistiche (per così dire) e i doveri del botteghino, che impongono ad esempio la ricomparsa in scena del protagonista Filippo Timi dando facili risposte alle domande sui possibili sviluppi della storia. Soliti impasti sonori di Pasquale Catalano, sempre calzanti. Mezzo voto in più d’incoraggiamento.

Voto: 7=

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