Category: Poliziesco




Anni ’70: Samuel “Asso” Rothstein, giocatore professionista che con le sue vincite fa la fortuna di una famiglia mafiosa, viene promosso alla direzione del Casinò Tangiers a Las Vegas.
Secondo film dell’accoppiata Martin Scorsese-Nicholas Pileggi, che già nel 1990 aveva prodotto “Quei bravi ragazzi”. “Casinò” ne è il seguito ambientato nel Far West, in quell’assurda cattedrale nel deserto (del Nevada) che è Las Vegas. I personaggi non sono realmente esistiti, ma la storia è liberamente ispirata alla vita di Frank Rosenthal, l’imprenditore colluso con la mafia che gestì per una decina d’anni il casinò Stardust e visse molte delle vicende raccontate nel film (l’attentato fallito, il rapporto burrascoso con la moglie). Mastodontico, tendente alla bulimia e al gigantismo scenico e narrativo (ma le quasi tre ore di durata volano via come un bicchiere d’acqua), “Casinò” è magnificamente scorsesiano per la sua generosità, per la sua violenza non solamente fisica, per il suo ritmo infallibile, per la maestria con cui sa fondere immagini e musica dando vita a sequenze sbalorditive (se in “Goodfellas” era da tramandare ai posteri la lunga scena sulla piano exit di “Layla” di Eric Clapton, qui i momenti più alti arrivano sulle note di “The House of the Rising Sun”). Ennesima scarica di picconate sul sogno americano, Scorsese si diverte quasi infantilmente a mostrarci il lato sporco e corrotto del suo paese, scatenandosi allo stesso tempo in una ricerca dell’eccesso e del barocco (la soggettiva impossibile della narice che sniffa la coca) che non può non estasiare. Trattandosi di un film ambientato a Las Vegas, è una soluzione addirittura doverosa. De Niro (ben doppiato da Gigi Proietti), raramente così efficace, limita le gigionerie e lascia spazio a un Joe Pesci sontuoso e alla miglior Sharon Stone della carriera, addirittura premiata con la nomination all’Oscar. E’ il miglior film “minore” di Scorsese, tra quelli per cui antepose gli interessi di cassetta a quelli artistici.

Voto: 7,5

(E’ il film che detiene il record mondiale del maggior numero di volte in cui viene pronunciata la parola “fuck” e le sue derivazioni: in tutto 422, per una media di 2,4 volte al minuto)
(Fu una grande sofferenza per Sharon Stone girare alcune scene all’interno del casinò: soffriva da tempo di mal di schiena a causa di un vecchio incidente e fu costretta a indossare un abito che pesava oltre 20 chili)
(Frank “Lefty” Rosenthal, l’uomo a cui è ispirato il personaggio di De Niro, avrebbe voluto Richard Widmark a interpretare quella parte. Ma Widmark aveva già 80 anni…)
(Scorsese aveva pensato alla famosa e crudissima scena della “testa nella pressa” in quest’ottica: l’aveva realizzata pensando che sarebbe stata sicuramente censurata, ma che in cambio la MPAA avrebbe lasciato nel prodotto finale molte altre scene piuttosto violente. Ma a sorpresa la MPAA non mosse obiezioni neanche per quella scena, che fu invece tagliata dalla versione distribuita nei cinema svedesi: a oggi è l’ultima operazione di censura attuata in Svezia)
(Quando venne a sapere che Scorsese era interessato a lavorare con lui, James Woods telefonò all’ufficio del regista e lasciò in segreteria il seguente messaggio: “In qualunque momento, in qualunque posto, per qualunque parte, per qualunque stipendio”)


1933: il Bureau of Investigation elegge il rapinatore John Dillinger a “pericolo pubblico numero 1” e sotto la guida di J. Edgar Hoover intensifica gli sforzi per dargli la caccia.
Le ultime svolte stilistiche di Michael Mann – al decimo lungometraggio e dunque ormai a un buon punto di un percorso artistico sempre contrassegnato da una coerenza ammirevole – impongono un doppio binario di discussione: la forma e la sostanza sono inscindibili e hanno ormai la stessa importanza nella concezione manniana dell’arte e della condizione umana. Il passaggio al digitale, annunciato in “Collateral” e avvenuto ufficialmente in “Miami Vice”, si arricchisce di una nuova tappa: oltre all’ovvio e piacevole effetto straniante generato dal guardare una storia ambientata negli anni ’30 e girata in digitale, “Nemico pubblico” riesce nell’impresa di vivificare il passato, sporcandolo, innervosendolo, rendendolo mosso e fuori fuoco; il film è quanto di più lontano da una rappresentazione oleografica dell’America della Grande Depressione, benché non manchino i classici riferimenti del periodo (le auto d’epoca, i cappelli, il penitenziario). A differenza di molti suoi colleghi, anche illustri, Mann non si accontenta di “svoltare” col digitale semplicemente usandolo, ma lo rielabora e lo nobilita – cosa non facile – grazie alla fotografia di Dante Spinotti, che rende memorabile l’estenuante inseguimento notturno nel bosco. Il tutto è al servizio di una narrazione nuovamente classica, imperniata sulla tradizionale caccia della guardia al ladro, in cui non mancano le tipiche asperità manniane in materia di sceneggiatura (l’assoluta mancanza di presentazione dei personaggi e il rifiuto di dare facili riferimenti rendono ardua la totale comprensione degli eventi, visto anche il gran numero di characters impegnati sulla scena). E’ ancora una volta un cinema d’azione sottotono, in cui l’uomo conta più del fucile, in cui l’occhio e il primo piano vengono preferiti al montaggio frenetico e fracassone. Depp, inizialmente un po’ ingabbiato nella parte, prende il sopravvento nella seconda parte quando è lasciato solo; bellissima la sua impunita passeggiata nella sezione Dillinger, unica (e riuscitissima) concessione di Mann al mito anni ’30 che viene poi sempre trattato con freddezza clinica. Marion Cotillard al limite della tappezzeria; Christian Bale funzionale.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

il-braccio-violento-della-legge
New York: due detective della Narcotici sono convinti di aver fiutato una pista che porterebbe ad un grosso carico di droga in arrivo da Marsiglia.
Da un omonimo libro di Robin Moore, a sua volta ispirato ad un vero sequestro di eroina avvenuto con modalità analoghe a quelle raccontate. Come già detto nella recensione de “Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo” di Don Siegel, il 1971 è anno di rinascita per il cinema poliziesco; la contrapposizione tra buoni e cattivi si fa più sfumata e meno manichea, e soprattutto tutt’altro che scontata nella sua soluzione. Pur con tutti i limiti e le semplificazioni del genere, la sceneggiatura di Ernest Tidyman è un modello: spiccia, scarna, senza orpelli ed elementi di distrazione (le donne sono relegate in un angolino, trattate come oggetti sessuali – gli stivali – anche dal Nostro Eroe), viene esaltata dalla regia del 31enne William Friedkin (che s’era fatto notare nel 1968 con il piccolo e scaltro “Quella notte inventarono lo spogliarello”), eccitatamente urbana, dritta e tesa come un filo: le sue sequenze-capolavoro sono il gioco del gatto e del topo tra Gene Hackman e Fernando Rey in metro e l’inseguimento auto-metropolitana per le strade di New York. 5 Oscar tra cui quello (sacrosanto) al montaggio di Gerald B. Greenberg e il primo per Gene Hackman, brusco poliziotto il cui soprannome “Popeye” fu tradotto poco virilmente in italiano in “papà”.

Voto: 7+

Trivia
(Nella sequenza dell’inseguimento non c’è neanche una nota di commento musicale, ma Friedkin e Greenberg la montarono seguendo il tempo di “Black Magic Woman” di Carlos Santana)
(James Caan, Peter Boyle e Robert Mitchum rifiutarono il ruolo di Jimmy Doyle)
(La scelta di Fernando Rey per il ruolo di Alain Charnier fu dovuta a un errore; Friedkin si riferiva ad un attore visto in “Bella di giorno” di Bunuel di cui non ricordava il nome, e il direttore del casting pensava stesse parlando di Rey. Il prescelto avrebbe dovuto essere invece Francisco Rabal, che fu contattato in seguito; stante la sua indisponibilità, Friedkin accettò di assegnare il personaggio a Rey)
(In alcune vedute della skyline di Manhattan è possibile vedere i lavori in corso per la costruzione della prima delle due Torri Gemelle)


Per la recluta Jake Hoyt è giorno di addestramento: il suo compito è passare una giornata insieme ad Alonzo Harris, sergente dell’antinarcotici dai molti scheletri nell’armadio.
Il miglior film di Antoine Fuqua, 42enne di Pittsburgh di talento non particolarmente eccelso; qui è ordinato servitore di due ottimi attori (un Denzel Washington in stato di grazia al primo ruolo da villain in carriera, che fruttò il secondo Oscar da protagonista della storia ad un attore nero, 38 anni dopo Sidney Poitier; Ethan Hawke eccellente spalla nel ruolo che si porta dietro da una vita, il wasp timido e impacciato che a un certo punto del film prende eroicamente il coraggio con due mani nelle situazioni le più varie – ricordate “Capitano, mio capitano?”) e fedele esecutore di una sceneggiatura (di David Ayer) abile a fondarsi sugli stereotipi (poliziotto bianco/poliziotto nero, giovane recluta/sergente marpione) e su qualche labile aggancio alla realtà losangelina (si evoca Rodney King, il tassista nero che nel 1991 fu pestato a sangue dalla polizia di L.A. per non essersi fermato a un posto di blocco) per costruire un film di incalzante tensione; opera ancora più apprezzabile perchè realizzata in un momento di grande crisi del genere poliziesco. Divertente stuolo di comparsate di star dell’hip hop e R’nB contemporaneo, da Snoop Dogg a Dr. Dre passando per Macy Gray; primo ruolo significativo per la cubano-americana Eva Mendes, attualmente tra le prime cinque donne più belle di Hollywood.

Voto: 7+

Trivia
(La scena del primo incontro tra Denzel Washington e Ethan Hawke è ambientata nello stesso bar in cui si svolge, in “Se7en”, il dialogo tra Morgan Freeman e Gwyneth Paltrow)
(Gary Sinise, Bruce Willis e Tom Sizemore rifiutarono il ruolo di Alonzo Harris)

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Un serial killer terrorizza San Francisco; la polizia affida le indagini all’ispettore Harry Callaghan, uomo dai modi non propriamente da educanda.
Ispirato alla vera storia del serial killer Zodiac, che seminò il panico nella California di fine anni ’60 (la cui vicenda è stata recentemente ripresa nello stupendo film “Zodiac” di David Fincher). Alla nuova immagine hard-boiled delle forze di polizia, già approntata a un punto di svolta con il contemporaneo “Il braccio violento della legge” di William Friedkin, si carica in questo film (il primo di una lunga serie) un malessere che è lo stesso della società americana, insicura e per la prima volta scossa dalla consapevolezza di avere anche dei nemici “interni”, all’inizio degli anni ’70. Don Siegel, regista magistrale nelle scene d’azione, non è adeguatamente assistito da una sceneggiatura ingenuotta nel suo integralismo che molto facilmente può essere presa per reazionaria: cosa che in realtà non è, perché non pare avere lo spessore adeguato per ideologizzare la violenza (e anche per l’epilogo, che si vorrebbe simbolico, non trova di meglio che prendere in prestito il finale di “Mezzogiorno di fuoco”). Seguito da “Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan” e altri tre sequel.

Voto: 7-

Trivia
(In una scena iniziale Callaghan passa davanti a un cinema dove stanno proiettando “Brivido nella notte”, diretto e interpretato da Clint Eastwood)
(Clint Eastwood ottenne la parte che fu trampolino di lancio per il successo a Hollywood dopo i rifiuti di Frank Sinatra, John Wayne e Paul Newman)
(Il Kezar Stadium, dove Callaghan spara per la prima volta a Scorpio, era all’epoca lo stadio delle partite interne di football americano dei San Francisco 49ers)

Serpico (Sidney Lumet, 1973)

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Storia vera di Frank Serpico, giovane italo-americano di New York che realizza il suo sogno di diventare poliziotto, prima di appurare che il corpo è marcio e corrotto dalla testa ai piedi. Malvisto dai colleghi e ignorato dai superiori, si caccia nei pasticci per far affiorare la verità.
Uno dei film più rappresentativi – nel bene e nel male – del nuovo cinema americano degli anni ’70, che portò all’affermarsi di una nuova generazione di attori che non aveva più il bell’aspetto come requisito fondamentale (qui Al Pacino non è certo un adone) e al ribaltamento dei generi classici: se Peckinpah e Penn dissezionarono il western e il gangster-movie, la boa del genere poliziesco è “Il braccio violento della legge” di William Friedkin. Da questo momento in poi la concezione delle forze dell’ordine e della violenza urbana si fa meno rassicurante e più ambigua, e poliziotti e tutori della legge smettono di essere i cavalieri senza macchia e senza paura che erano stati fino a metà anni ’60. Pur muovendosi nei binari di una storia vera (oggi Frank Serpico è tornato a vivere in America, tiene conferenze sulla legalità e sull’etica e ha anche un sito Internet ufficiale), Lumet riprende senza molta inventiva gli stilemi del genere limitandosi ad una messa in scena corretta e piana, si fa da parte con una messa in scena volutamente degradata e lascia intelligentemente la scena ad un Al Pacino al primo ruolo da mattatore, dopo la controllatissima e stupefacente performance come Michael Corleone nel capitolo iniziale del Padrino.

Voto: 6,5

Trivia
(Il film fu girato al contrario. Al Pacino iniziò le riprese con barba e capelli lunghi e a poco a poco li tagliò, fino a raggiungere il taglio ordinato delle prime scene)

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Appena uscito di prigione per un furto di 300 mila dollari che sostiene di non aver commesso, Ugo Piazza è nel mirino di una banda di malviventi facente capo all’Americano, che lo sospetta di aver rubato quel denaro tre anni prima.
Fernando Di Leo (San Ferdinando di Puglia 1932 – Roma 2003) è stato recentemente (Festival di Venezia 2004) rivalutato da un topo di cineteca come Quentin Tarantino, che ha curato personalmente una rassegna dei suoi migliori lavori, dopo essere stato trattato come un appestato per più di vent’anni dal più che mediocre cinema italiano degli ’80 e ’90. Il che ovviamente non ne fa un Italo Svevo della macchina da presa, ma ci consente di apprezzare l’abilità artigianale di un uomo che, senza saperlo e senza volerlo, ha influenzato una discreta parte di cinema americano di genere (Tarantino, ma non solo: tanto per cominciare, negli ultimi dieci minuti si sente l’eco lontana di “Carlito’s Way”). Il principale esponente del “poliziottesco” ha insomma una sua dignità, espressa da un cast mitizzato oltre i suoi meriti ma comunque efficace (il migliore è il commissario Frank Wolff), da una rappresentazione della violenza mai compiaciuta ma sempre torbida, soprattutto da un ottimo finale chiuso dall’elegante dettaglio di una sigaretta accesa. Il tempo ha reso “cult” bislaccherie incommentabili come il doppiaggio pluridialettale e i dialoghi naif al commissariato tra l’ispettore progressista e quello conservatore. La casa di produzione aveva un nome che era tutto un programma: Daunia ’70.

Voto: 7-

Trivia
(Nel 2006, i Vinylistic hanno utilizzato la scena in cui Gastone Moschin torna nel locale in cui balla Barbara Bouchet per il videoclip del loro brano “Record Player”)

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