Category: Western




Nel selvaggio West Bret Maverick si guadagna da vivere tra truffe e partite a poker e ora ha in testa di racimolare i 25 mila dollari necessari a partecipare a un torneo dal primo premio di 500 mila verdoni.
Dopo i tre fortunati capitoli della saga di “Arma letale”, nel 1994 Mel Gibson e il regista Richard Donner si concedono quest’escursione western in cui viene sostanzialmente riproposto lo stesso canovaccio dell’eroe dalla battuta pronta e il grilletto velocissimo. Tutto è prevedibile e molto è gradevole in questa commedia di intrighi, doppi giochi e false piste sul modello della Stangata, tratta da un telefilm anni ’60 di successo in cui il protagonista James Garner è qui il papà di Mel Gibson. Donner dirige con verve e mano ferma e si concede una divertente auto-citazione facendo comparire Danny Glover (ma non svelandolo) in mezzo a una rapina in banca. Cast di supporto niente male con Jodie Foster raramente così frizzante e i due villain Alfred Molina e James Coburn piuttosto divertiti dalla situazione. Prima di perdere la brocca, tutto sommato Mel Gibson era un simpaticone.

Voto: 6+

Una baldanzosa 14enne si mette alla caccia dell’assassino di suo padre, scampato alla legge e per nulla braccato dall’autorità. Per acciuffarlo assolda a un vecchio e burbero sceriffo appassionato di whisky.Secondo remake dichiarato dei fratelli Joel e Ethan Coen dopo il poco riuscito “Ladykillers” (2004). L’oggetto del ripescaggio è qui “True Grit” (1969), maldestramente tradotto in “Il grinta” ai tempi, non indimenticabile western che fruttò l’unico Oscar in carriera a John Wayne. Il risultato è in linea con le attese e segna una nuova tacca nel carniere dei Coen “commerciali”, interessati al soldo e non al risultato, per potersi mantenere i veri divertimenti della loro professione. Non è in discussione la perizia registica dei fratelli, nè il continuo gioco di rimandi e citazioni che manderà in sollucchero qualsiasi cinefilo, ma dov’è il senso di quest’operazione di recupero fuori tempo massimo di un genere dichiaratamente morto e sepolto (alle esequie avevano partecipato, forse inconsapevolmente, gli stessi Coen in “Non è un paese per vecchi”)? Tutto è irrimediabilmente di maniera, dalla recitazione di Jeff Bridges ai classici upgrade coeniani nei dialoghi e nel tratteggio dei personaggi. Agli atti rimane una bella avventura, una storia a tratti avvincente, uno sprazzo di cinema ormai passato, ma senza molta convinzione in ciò a cui si sta assistendo. Pure, sono piovute le nominations (ma senza Oscar) e gli attestati di stima della critica, molto simili a un atto dovuto. Sarà che gli ultimi abbaglianti Coen hanno superato una soglia oltre la quale è impossibile tornare, ma dei remake a strettissimo uso e consumo non sappiamo granché che farcene. Hailee Seinfeld rivaluta il personaggio femminile (decisamente in secondo piano nell’originale, dove spadroneggiava incontrastato John Wayne) e passa la vernice della modernità sulla polverosa impalcatura originale: un po’ pochino. Può scapparci la lacrimuccia nel finale, quando risuonano le sempiterne note di “Leaning on the Everlasting Arms”,, la canzone che cantava il malvagio Robert Mitchum a cavallo ne “La morte corre sul fiume”.

Voto: 6


Sullo sfondo della guerra di secessione americana, tre fuorilegge dal grilletto velocissimo sono sulle tracce di un tesoro di 200 mila dollari sepolto da un soldato confederato accanto a una tomba nel cimitero di Sad Hill. Tutti e tre sanno qualcosa ma non abbastanza per sbrigarsela da soli, e sono costretti loro malgrado a collaborare a vicenda.
Capitolo conclusivo e punto più alto della leoniana “trilogia del dollaro”: scandito dall’insistente motivo del numero 3 (tre i personaggi, tre le volte che Tuco viene appeso alla forca e tre le volte che il Biondo gli salva la vita sparando alla corda) e attraversato dalla Storia per la prima volta in Leone. I luoghi comuni del western tradizionale vengono qui ulteriormente ridicolizzati fino a svuotarli di ogni senso (i soldati, l’onore, l’amicizia, le divise) con una messa in scena volutamente dilatata e distorta fino alle estreme conseguenze (l’infinito “triello” conclusivo, dominato da un gioco di mani, di sguardi e di silenzi, è trionfo del cinema e basta); contano solo i dollari, le alleanze tra i personaggi sono tutt’altro che disinteressate. Viscerale esempio di arte per l’arte, senza nessun significato nascosto che superi il puro piacere della visione; tra celebri sentenze (“Dormirò tranquillo perché so che il mio peggior nemico veglia su di me”) e sequenze di portata viscontiana (la guerra), i tre protagonisti sono indistruttibili supereroi western e ogni scena è soltanto mattonella di un percorso che li porterà, inevitabilmente, allo Scontro Finale. Adorato un po’ dappertutto con trasporto spesso superiore a quello di noi italiani, è cult specialmente in America dove ormai da anni campeggia nella top 10 IMDB sui più grandi film di tutti i tempi (attualmente è quinto, ma è stato anche al primo posto). Memorabile battuta finale.

Voto: 7,5

Trivia
(Sergio Leone non sapeva una parola d’inglese ed Eli Wallach non conosceva l’italiano; i due comunicavano in francese)
(Il cane che attraversa il cimitero all’inizio della scena finale fu un’idea di Sergio Leone per evitare che la sequenza cadesse nel melodrammatico, e una presenza inaspettata per Eli Wallach che non era stato avvertito. Il suo sguardo di sorpresa è perciò assolutamente autentico)
(Nessun dialogo nei primi 10 minuti e 30 secondi)


Una diligenza con sette passeggeri e due guidatori deve raggiungere la cittadina di Lordsburg nel New Mexico, rischiando di incappare nei pericolosi Apache che popolano il percorso.
Grande classico del western e del cinema classico americano, che aveva in John Ford un esponente di punta per la didattica semplicità delle storie e l’impeccabile pulizia della rappresentazione; eppure è straordinario, in un film così universalmente “facile” e leggibile, si sviluppi un’infinità di temi, dalla nascita del Mito della Frontiera alle riflessioni sul ruolo della donna (ce ne sono due, antitetiche: la prostituta e la moglie incinta) nel cinema e nell’America degli anni ’30, fino alla contrapposizione tra il sostrato culturale conservatore e razzista (il cattivo trattamento riservato dal film a indiani e messicani) e la morale progressista che sottolinea la rivincita, con fuga d’amore finale, del bandito gentiluomo e della puttana dal cuor d’oro. Le ristrettezze produttive e la difficoltà nel cambiare continuamente i fondali trasparenti portarono Ford a tollerare alcuni scavalcamenti di campo che è inusuale vedere con questa frequenza nel cinema americano anni ’30 e ’40.

Voto: 8

Trivia
(A chi gli domandava come mai, nella scena-clou del film, gli Apaches non fermassero la corsa della diligenza semplicemente tirando ai cavalli, John Ford rispondeva: “Perché questa sarebbe stata la fine del film”)
(La diligenza passa davanti alla Monument Valley per almeno tre volte)
(Primo film di John Ford con John Wayne, e primo suo western dopo 13 anni)
(La trama del film si ispira al racconto “Boule de suif” di Guy de Maupassant)

 


Oregon, vigilia di Natale 1885. Una spedizione capeggiata da un archeologo in cerca di fossili rimane bloccata nella neve.
Premessa: non siamo qui per sbertucciare ingenerosamente il cinema italiano indipendente; pure, non siamo qui neanche per glorificarlo acriticamente come dei Marco Giusti qualsiasi. Imbattendosi quasi per caso in questo “Inferno bianco”, proiettato gratis al Circolo degli Artisti (i romani annuiranno) all’interno di una rassegna di film nostrani low budget, non si può pretendere un giudizio compiuto che esuli dalle grandissime difficoltà incontrate dai realizzatori (solo 6 mila euro per girarlo, set impervio sul Gran Sasso e altre peripezie, come le camere che si spengono nel bel mezzo delle riprese per il troppo freddo). Dietro la recitazione accidentata, la sceneggiatura assurda, i dialoghi volutamente ridicoli (momento scult: la presunta canadese che urla “Je suis sola!”), c’è un amore genuino e fortissimo per il cinema, traboccante nella macedonia di citazioni che ricopre l’intero, bizzarrissimo, western-horror (persino “Shining”!), in un’atmosfera sospesa tra John Ford e Maccio Capatonda, tra Jarmusch e Corbucci. Fotografia ben curata, riferimenti storici precisi e documentati (Jacurti è luminare del western), improvvisazione a tutto spiano, atmosfera di divertito cazzeggio. Esiste già un “Inferno bianco” (“The Wild North”), film del 1952 di Andrew Marton, con Stewart Granger.

Voto: s.v.

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Gli ultimi mesi di vita del leggendario bandito Jesse N. James, ucciso il 3 aprile 1882 con un colpo di pistola alla nuca da Robert Ford, da sempre cresciuto nel suo mito.
“Quanta polvere su quel quadro”. Da qualche mese anche il western, come uno dei suoi numi Jesse James, ha trovato ufficialmente il proprio anno di morte, e questa volta non ci saranno resurrezioni miracolose. Il crepuscolare 2007 del cinema americano si sublima in questo magnifico film del neozelandese Andrew Dominik –appena al suo secondo film (il primo è “Chopper”, 2000), prodotto anche grazie ai dollari di Brad Pitt e Ridley Scott – in cui la rilettura del mito di Jesse James non ha nulla d’eroico; egli stesso è nient’affatto dipinto come l’ultimo dei romantici, ma si porta a spasso due grandi e disincantate occhiaie da consapevolezza della fine di un’epoca. Per raccontare il sentimento di amore-odio del codardo Robert Ford, centomillesimo esempio di vigliacco per troppo amore nella storia dell’Uomo, non si spreca una parola di troppo. Illuminato o incupito dalla fotografia di Roger Deakins, che passa dal colore al bianco/nero ad intervalli regolari, è – ancor più di “Dead Man” di Jarmusch, che prima d’ora deteneva la patente di becchino del genere – semplicemente un potentissimo requiem, dunque dolente e lugubre per definizione; un western popolato da fantasmi, ambientato in campi di grano lucenti ma spettrali, sottolineato dalle musiche di Nick Cave che si adattano umilmente all’understatement del testo, scegliendo di rimanere sotto traccia. Straordinario Casey Affleck; ma anche Brad Pitt, a quarant’anni suonati finalmente memore di come si fa, merita la citazione.

Voto: 8=

Trivia
(I prodigi della computer grafica hanno permesso di cancellare digitalmente la falange superiore del dito medio sinistro di Brad Pitt in ogni scena in cui questi compare)
(L’original cut del film durava circa quattro ore, ed è stato proiettato una volta durante lo scorso Festival di Venezia)

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Un ufficiale si trasferisce volontariamente alla frontiera, dove fa conoscenza e amicizia con una tribù Sioux. Diventerà uno di loro, anche a costo di affrontare i suoi ex compagni.
Il 1990 (annata mediocre) fu il climax della carriera di attore-regista di Kevin Costner, destinata poi a frequentare ripidi crepacci con le sue successive, ambiziose e infelici opere. Più che rilancio del genere western (che sarà compiuto due anni più tardi dagli “Spietati” di Eastwood, erede universale della scuola dei Ford e degli Hawks), è una colossale rivisitazione in salsa buonista e disgelante della vecchia storia dei bianchi e degli indiani, con sontuoso dispiego di mezzi tecnici e scenografici. Il ritratto dei Sioux evita a stento il macchiettone, grazie anche a un ottimo cast (si distingue Graham Greene, solo omonimo del romanziere). Splendidi i primi novanta minuti, aperti da una sequenza indimenticabile (Costner che si offre al fuoco nemico a braccia spalancate) e conclusi dall’epica corsa dei bisonti; poi il film va sostanzialmente in malora, in una seconda parte men che sufficiente per l’ostinata presenza delle più viete banalità da copione dell’Hollywood contemporanea, fintamente nostalgiche e fintamente “contro”. Scientifica ricerca delle lacrime, affascina e stucca. Grandi musiche di John Barry.

Voto: 6,5

Trivia 
(Graham Greene compare anche nella serie tv “The Red Green Show” del 1991, e interpreta il personaggio di Edgar Montrose. In un episodio cita “Balla coi lupi” sostenendo che l’attore che interpreta Kicking Bird avrebbe dovuto vincere l’Oscar)
(Per il ruolo del lupo “Due calzini” ne furono in realtà utilizzati due, a uno dei quali furono dipinti dei “calzini” bianchi sulle zampe)
(Il western della storia del cinema che ha incassato più di tutti, circa 184 milioni di dollari solo negli USA)

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Butch Cassidy e Sundance Kid sono due banditi amici per la pelle, che rapinano banche da una vita e si dividono il cuore di una bella maestrina. Braccati per conto di un magnate dei treni, scappano tutti e tre in Bolivia.
Sam Peckinpah a parte, il miglior western del dopo-Sessantotto: che per Hollywood non è stato soltanto l’anno delle contestazioni e della rivoluzione dei costumi, ma anche quello di “Gangster Story”, il capolavoro di Arthur Penn su Bonnie e Clyde che stravolse il modo di mostrare la violenza su uno schermo cinematografico. Benché contenga molta meno violenza di quel film, “Butch Cassidy and The Sundance Kid” rimane fedele a quegli stilemi (specie nel magnifico finale), sviluppando al contempo una tenera e divertente commedia western sull’amicizia e sulla ribellione giovanile, temi a cui dovette il suo grande successo. Quando poi si hanno a disposizione Paul Newman nel pieno della maturità e Robert Redford nello splendore dei suoi trent’anni, è tutto più facile. La sfida nella sfida (meglio Butch o Sundance? Meglio Paul o Robert?) termina con un salomonico no-contest, anche se ci manca poco che prevalga lo sguardo inquieto e la mano veloce di Redford. Quattro Oscar, per sceneggiatura, fotografia, musiche e canzone di Burt Bacharach (“Raindrops keep fallin’ on my head”); neanche la nomination per i due protagonisti.

Voto: 7,5

Trivia
(Le scene ambientate in Bolivia furono girate in Messico. L’intera troupe e l’intero cast, ad eccezione di Newman, Redford e Katharine Ross, caddero vittime della sindrome di Montezuma per aver bevuto acqua avvelenata. I tre, diffidenti, avevano preferito continuare a bere solo alcolici per tutta la durata delle riprese)
(Tra gli attori considerati per uno dei due ruoli, anche Jack Lemmon, Warren Beatty, Marlon Brando, Steve McQueen e Dustin Hoffman)
(In origine il film doveva chiamarsi “The Sundance Kid and Butch Cassidy”, ma quando Steve McQueen, che doveva interpretare Sundance Kid, si ritirò e fu chiamato al suo posto il meno famoso Redford, la star del film divenne Newman; e si procedette all’inversione del titolo)

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