babel
Nel deserto del Marocco, un colpo di fucile sparato per gioco provoca casualmente il ferimento di una donna americana in vacanza con suo marito; la storia si intreccia con quelle della domestica messicana della coppia e con l’ex proprietario giapponese del fucile.
Terzo film del messicano Alejandro Gonzalez Inàrritu, il più ambizioso e il meno riuscito. Precisiamo subito: sono “Amoresperros” e “21 grammi” che valgono di più, non è “Babel” che vale poco. Anzi, è ammirevole il coraggio di combinare mondi così distanti e lontani anche culturalmente, nell’apprezzabile e un po’ presuntuoso tentativo di creare un’Enciclopedia Universale dell’Essere Umano. In una recente intervista, Inàrritu ha dichiarato “Il dolore degli uomini è uguale in tutto il mondo”: il film è mosso da un pessimismo programmatico che viene appena scalfito nel finale – comunque tutt’altro che consolatorio. Impresa assai difficile, e riuscita solo in parte, mantenere alto il ritmo e desta l’attenzione per quasi due ore e mezza; “Babel” inizia benissimo e poi si avvita un po’ su se stesso, ma è un difetto che ci può stare. Sceneggiatura del fido Arriaga meno labirintica del solito, stavolta Inàrritu bada ai concetti più che alla trama. Dei tre “episodi”, in connessione tra loro, il meno riuscito è, come spesso accade, quello coi divi Pitt-Blanchett; bellissimo invece quello giapponese, in cui il legame con la vicenda centrale è mero pretesto per la struggente storia di Cheiko, punteggiata di momenti di pura poesia, ovviamente alla maniera del regista (la sequenza in discoteca vale metà film). Il talento di Inàrritu, con l’aiuto del fotografo Rodrigo Prieto, esplode nelle splendide inquadrature notturne di Tokyo. Come da titolo, è parlato in quattro lingue e per tre quarti è sottotitolato.

Voto: 7=

Advertisements