dolls
Primo episodio. Due ragazzi vivono in simbiosi, legati tra di loro con una corda rossa. Quando lei viene a sapere che lui sta per sposarsi con la figlia del suo capo, impazzisce; lui scappa dal matrimonio per stare con lei, che non lo riconosce più. Vivranno di nuovo legati, fino alla fine.
Secondo episodio. Un vecchio boss della yakuza si ricorda che una sua fidanzata di gioventù, che aveva abbandonato, gli aveva giurato che l’avrebbe sempre aspettato. La rincontra nel luogo in cui l’aveva lasciata l’ultima volta.
Terzo episodio. Un fan di una popstar, venuto a sapere di un incidente che ha sfigurato il suo idolo, preferisce accecarsi piuttosto che continuare a vedere.
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Takeshi Kitano dà la sua risposta, ben conscio che è soltanto una risposta in una miriade di possibili risposte. L’amore è attesa, ricordo infinito, totale devozione; ed è tanto più forte e invincibile se l’altro ci respinge, o ignora la nostra esistenza. E’ un amore che può condurre alla morte, ma se proprio bisogna scegliere un modo per andarsene tanto vale morire d’amore. Tutto questo è “Dolls”, titolo fortemente simbolico – come del resto tutto il film – , enunciato nei primi cinque minuti e spiegato lungamente ma senza ridondanza nel resto del film. I personaggi sono stilizzati, quasi immobili (imbambolati, appunto), nature morte umane, ornamenti dei meravigliosi paesaggi raffigurati nel mutare delle stagioni (splendido l’istante in cui è simboleggiato il passaggio dall’autunno all’inverno, con le foglie secche sull’asfalto trascinate sulla neve). Lentissimo ma mai irritante, elegiaco, forse disperato, fortissimamente poetico. Sicuramente difficile. Guardatelo, soprassedete a quel paio di sbadigli che fatalmente arriveranno, finchè vi renderete conto dell’apollinea perfezione di ogni singolo fotogramma.

Voto: 7,5

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