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L’infermiere Benigno, omosessuale e un po’ tonto, accudisce da quattro anni Alicia, ballerina in coma. Il giornalista Marco accudisce la torera Lidia.
Il capolavoro di Pedro Almodòvar, il film che l’ha definitivamente consacrato come artista di fama mondiale (Oscar per la sceneggiatura nel 2002) dopo l’exploit di “Tutto su mia madre” che l’aveva reso famoso al di là dell’Atlantico. Film totale che in due ore riassume la vita: lo fa alla maniera di Almodòvar, quel suo stile unico che rende verosimili e appassionanti anche storie che altri registi farebbero sembrare bislacche e sconclusionate. Amore e morte, amicizia e solitudine, sole e pioggia. Dopo esser diventato un simbolo per i gay e aver conquistato il pubblico femminile, Pedro dimostra di saper conoscere benissimo anche gli uomini: li dipinge chiusi, fragili, insicuri, irrimediabilmente incompleti, ma – caso rarissimo, quasi unico, nella sua cinematografia – concede loro finalmente un po’ di pietas, persino all’infermiere Benigno che col senno di poi sarebbe moralmente riprovevole. Film “di porte e di finestre” (Morandini), straordinariamente ricco di tocchi di genio (il cortometraggio neo-realista “Amante Menguante”, ovviamente inventato; le splendide coreografie di Pina Bausch che incorniciano il quadro) e con la consueta maniacale cura del dettaglio. Non manca la consueta frecciata alla cattiva televisione, più grottesca del solito. Tenero e disperato, estremo e complesso (“nella vita non ci sono cose semplici”, dice alla fine Geraldine Chaplin), ambiguo anche: un film tristissimo ma con un finale splendente come un arcobaleno dopo il temporale. Si issa al massimo dei voti per l’immenso pregio di ospitare, al minuto 25 o giù di lì, una versione di “Cuccurucucù paloma” cantata da Caetano Veloso che mette i brividi.

Voto: 10

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