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Franco Elica, regista che sta girando l’ennesima versione dei Promessi Sposi, scappa a Cefalù dopo essere stato accusato di violenza carnale. Qui un principe spiantato gli chiede di girare la scena del matrimonio di sua figlia Bona, promessa sposa per ragioni economiche al figlio di una ricca famiglia.
Il ritorno di Marco Bellocchio alla dimensione che più gli si confà, quella onirica e grottesca, ha molti punti in comune con il suo terzultimo film, “L’ora di religione”, a partire dall’attore, un Castellitto ormai capace di essere qualunque personaggio: l’ossessione (anti)clericale del regista e l’odio viscerale per la ritualità di ogni genere (dal matrimonio alle autocelebrazioni del cinema nostrano); la presenza di un oscuro nobile (lì era il conte Bulla, un memorabile Toni Bertorelli) e di una gentile e ingenua donzella; i tocchi di umorismo (un mondo di cartapesta in cui qualsiasi scalzacane può fregiarsi dell’appellativo “maestro”) e i bruschi riferimenti all’attualità (i David “di Michelangelo”). Nella sua ostinata voglia di non comunicare con una realtà che gli è aliena, Elica è parente stretto di quell’Ernesto Picciafuoco. Di quel film “Il regista di matrimoni” segue le tracce, pur non possedendone la potenza e la grande carica eversiva; si perde un po’ nei rivoli di sceneggiatura (Orazio Smamma è un bel personaggio, e poteva essere sfruttato molto meglio; ed è sua la frase simbolo del film, “in Italia sono i morti che comandano”) e fa languire la vicenda in primo piano della principessa triste. Si tenga però conto che è pur sempre un sogno, e perciò molte cose rimangono sospese e inspiegabili. Rimane comunque, per ricchezza di spunti, largamente superiore alla media del cinema italiano. Ma il pubblico in sala è scappato a gambe levate.

Voto: 6+