rosa-purpurea
Nell’America della Grande Depressione, Cecilia, goffa cameriera e moglie infelice, perde il lavoro e si consola passando le sue giornate al cinema davanti al film “La rosa purpurea del Cairo”. Un bel giorno, un bell’attore di cui lei è innamorata esce dallo schermo e scappa via con lei.
E’ difficilissimo stilare la classifica dei migliori film di un regista così prolifico e di qualità come Woody Allen. Perciò, non ci proveremo: del resto, ognuno ha il proprio film del cuore, e chi può dire con certezza cos’è meglio tra “Manhattan”, “Harry a pezzi”, “Io e Annie”, “Radio Days” e così via? Personalmente, “La rosa purpurea del Cairo” è magnifico e degno di salire quantomeno sul podio. Semplicemente, non ha difetti: sceneggiatura infallibile, intelligente e mai volgare, ritmo serrato (peccato per la breve durata), attori perfetti, ambientazione azzeccata. Delizioso, geniale anche nel fuggire l’happy end sempiternamente hollywoodiano e nel suggerire, più che gridare, l’immortale magia del cinema. Poi, quasi in punta di piedi, senza far rumore, è come se Woody Allen, proprio come Tom Baxter, scendesse in mezzo agli spettatori per indicare loro l’irresistibile fascino della delicatezza, della cultura e dell’eleganza, a fronte di un cinema che va correndo nella direzione opposta. Lo sdoppiamento di Jeff Daniels è un classico trucchetto da split-screen.

Voto: 8=

Annunci