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Francia 1920: Mathilde non ha ancora perso la speranza di riabbracciare il suo amato Manech, andato in guerra, condannato alla fucilazione ma della cui morte non ci sono notizie certe.
Quattro anni dopo il portentoso “Amélie”, che l’ha fatto conoscere in tutto il mondo, quel talentaccio di Jean-Pierre Jeunet cambia radicalmente registro: riadatta alla sua maniera un romanzo di Sébastien Japrisot per dar vita a un vibrante giallo-fantasy-storico (buon segno quando non si riesce a capire a che genere appartiene precisamente un film) che in fin dei conti è la perfetta traduzione in immagini del famoso detto “La speranza è l’ultima a morire”. Audrey Tautou mette da parte le graziose smorfie della signorina Poulain per interpretare una donna vera, ancorché un po’ fumettistica come del resto tutti i personaggi di Jeunet (che, occorre ricordarlo, ha iniziato come disegnatore), del quale lo smisurato talento visivo esplode nelle straordinarie invenzioni di regia (su tutte la scena dei cerini) a getto continuo; non c’è mai un fotogramma banale, ma veri e propri quadri in movimento. Le battute a vuoto sono piuttosto in una sceneggiatura ricca sì di trovate anche sadicamente divertenti ma un po’ fini a se stesse, che nella seconda parte, prima del (forzato) lieto fine, accusa più dì qualche cedimento. Un gran belvedere, comunque (strepitosa fotografia di Bruno Delbonnel), che conferma Jeunet come il regista europeo più immaginifico, più visionario, quello che più di tutti si avvicina alla definizione di “artista”.

Voto: 7-

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