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Nella Los Angeles del meltin’ pot si incrociano i destini di bianchi, afroamericani, cinesi, iraniani e portoricani. Ci scappa il morto.
Meno feroce di “America Oggi”, meno filosofico di “Magnolia”, l’opera prima di Paul Haggis (sceneggiatore di “Million Dollar Baby”) si colloca nel filone dei film “corali”, di cui è maestro Altman e, tra i cineasti dell’ultima generazione, sono buoni discepoli i due Anderson (Wes e P.T.). Unità di luogo, tempo (più o meno) e in fondo anche di azione, visto che i vari personaggi si incontrano tra di loro, anzi, si scontrano. E’ indubbio che Haggis sia un ottimo sceneggiatore (cede un po’ agli stereotipi solo nei dialoghi dei due furfantelli neri), mentre come regista si limita tecnicamente a un lavoretto fatto bene senza troppi guizzi, a un buon mantenimento della tensione narrativa e ad un’ottima direzione degli attori (spicca l’intenso Dillon). Suggerisce che, nell’America del post-bordello, la paura del diverso è più forte di tutto; che i bianchi non possono fare a meno dei neri e che i neri, per il quieto vivere, devono comportarsi da bianchi. La L.A. di “Crash” è un grosso serpente che si morde la coda.

Voto: 7-