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Titta Di Girolamo, anonimo e taciturno cinquantenne, vive da dieci anni in una stanza d’albergo a Lugano. Nessuno sa perché, nè lui è molto propenso a raccontarlo. Il suo unico vizio, ogni mercoledì mattina alle dieci in punto, è iniettarsi eroina nel braccio sinistro.
Secondo film di Paolo Sorrentino, premiato con il David come miglior film, regia e attore protagonista. Film finalmente di rottura, e perciò celebrato forse oltre i suoi meriti: impone finalmente la consegna del silenzio, squarciando la dittatura del logorroico, verbosissimo cinema italiano. Buona cosa. Analisi spietata dell’aurea mediocritas di un Uomo (apparentemente) Qualunque, prigioniero della propria vita, nel quale si insinuano a poco a poco i germi dell’insoddisfazione e dell’infelicità. La vera carta vincente del film è che, a una persona così cinica, fredda e razionale, succede una cosa normalissima eppure terribile: si innamora. Al contrario di ciò che si poteva temere, da qui in poi il film non sbraca nè si contraddice, mantenendo un’apprezzabile linearità dall’inizio alla fine (anche se il finale è un po’ confuso): in questo è decisivo, fondamentale, lo straordinario Toni Servillo, magnifico in un ruolo clamorosamente difficile. A sintetizzarne la mostruosa prova d’attore, si prenda il sorriso ebete ma non caricaturale col quale rientra nella sua camera dopo la conversazione al bar. L’unico, grosso dubbio che resta, limitandone la valutazione finale – comunque lusinghiera – è che questo film, apprezzabile per i motivi appena spiegati, di anticonformista abbia solo la maschera; e cioè che Sorrentino, con i suoi dialoghi scarni, le sue musiche cool, le sue atmosfere rarefatte, si diverta a prenderci allegramente per i fondelli. Crediamo di no, però l’esperienza del cinema italiano insegna: non si sa mai.

Voto: 7+

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