cache.jpg
Alla famiglia di un conduttore televisivo vengono inviate misteriose videocassette che fanno capire che li stanno spiando. Tutti ignorano il mandante, e il movente.
Continuano le disturbanti escursioni psicologiche di Michael Haneke: a quattro anni dalla “Pianista”, passa dal particolare al generale, e torna ad esplorare, otto anni dopo “Funny Games”, i mali oscuri della società moderna. Con un filo conduttore: la paura. Senza scomodarsi in complicate elucubrazioni post-11 settembre, che non è proprio il caso, basta osservare che anche Haneke ha colto l’umore generale di una classe media che non si sente più sicura neanche in casa sua. E, se vi sembra una chiave interpretativa un po’ debole, sappiate che il regista non fa nulla per indicarci la luce, dacchè inizia a confondere le acque già dall’inizio (l’inquadratura frontale che in realtà è nastro registrato) per concludere con il solito finale monco, ormai un classico. Com’è un classico il suo stile asciutto ai limiti dell’anoressia: neanche una nota di musica, lunghi piani sequenza abbondanti in testa e in coda, frequente uso dell’inquadratura fissa, lentezza calcolata al millimetro che accresce il senso di disturbo dello spettatore, e anche la banalissima sequenza del protagonista che chiude le tende e si mette a letto può creare disagio e angoscia. Questo è ciò che fa di Haneke uno dei cineasti più solenni e autorevoli dei nostri giorni. Daniel Auteuil aggiunge un’altra tacca al carniere del suo talento multiforme.

Voto: 7,5

Annunci