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Il chirurgo Timoteo vede arrivare in ospedale sua figlia 15enne, in coma dopo una caduta dal motorino. La tragica attesa dell’intervento si trasforma in un’occasione per fare un bilancio della sua vita.
Basandosi sul fortunato romanzo di sua moglie Margaret Mazzantini (che nel film compare in qualità di passante nell’ultima scena), Sergio Castellitto gioca in casa: è perciò comprensibile che punti al massimo, i tre punti e il bel gioco. Così, pur mantenendosi sostanzialmente fedele al libro (cambia solo il finale), decide di compiere un’azione non comune nell’ultimo decennio di cinema italiano: osa. Si espone ai rischi del pubblico ludibrio con grande generosità, spinge al massimo sul pedale delle emozioni e dell’intensità e certe volte sbanda: il suo riferimento pare essere Almodovar, non tanto per Penelope Cruz o per l’ambientazione ospedaliera, quanto per la fisicità dei personaggi e un certo gusto del dettaglio. Film profondamente diseguale, con belle pagine (l’inizio) e frammenti orribili (l’inguardabile flashback di Timoteo bambino), invenzioni azzeccate (la scritta sulla sabbia) e tremende trovate super-kitsch (il furibondo amplesso sul tavolo di conchiglie). La schizofrenia si riverbera anche nelle scelte musicali: ok Vasco e soprattutto Leonard Cohen, ma perché The Final Countdown e Toto Cutugno? Visto che la protagonista si chiama Italia, perchè non infilarci a questo punto l’omonima canzone di Mino Reitano? Sempre meglio che l’ovattato nulla di certi nostri registi, comunque. Intanto infila l’ennesima ottima prova d’attore e riesce a far recitare dignitosamente anche la superospite straniera; Angela Finocchiaro, confinata in una particina, dimostra ancora una volta che meriterebbe di più.

Voto: 6