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L’equilibrio di una normale famiglia americana viene sconvolto dalla morte accidentale del fratello maggiore, in un incidente nautico.
Quando tutti i personaggi di un film ti stanno sulle scatole già dopo dieci minuti, c’è qualcosa che non va. E purtroppo “Gente comune” mantiene fino in fondo le scialbe promesse dell’incipit, quasi come se la mediocrità della famiglia Jarrett si riverberasse sull’intero film. Tutto è grigio, senza speranza, ma fasullo: le lacrime dell’esordiente Timothy Hutton, i dialoghi fintamente di rottura e quelli alla vaselina (compreso l’ultimo tra padre e figlio, imbarazzante), finalizzati alla commozione dello spettatore medio americano che vede quegli infelici e dovrebbe pensare “Mio Dio, e se succedesse a me?”. Filmato da Redford con lentezza autunnale, fu travolto inspiegabilmente da una pioggia di Oscar che sottolinea tutt’oggi uno dei più grandi misfatti dell’Academy: preferire questo film a “The Elephant Man” e a “Toro scatenato” (per non parlare di Shining). Timothy Hutton arrivò all’Oscar con una recitazione che va da A (faccia angosciata-incazzata-piagnucolante) a B (espressione assente); Mary Tyler Moore è di cattiveria didascalica; Donald Sutherland fa uno dei personaggi più anonimi del cinema americano degli ultimi trent’anni. Si salva solo lo psicologo Judd Hirsch.

Voto: 4

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