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Per Willy Loman, giunto alle soglie della pensione, è l’ora di fare un amaro bilancio della sua vita: due figli buoni a nulla, una moglie appassita, un lavoro con poche soddisfazioni.
Il celeberrimo dramma di Arthur Miller, uno dei più strazianti apologhi sulla vecchiaia mai scritti nella storia della letteratura, è qui alla sua seconda versione cinematografica, dopo quella del 1951 firmata da Laslo Benedek, con Fredric March protagonista. In realtà questo film uscì al cinema solo in Europa, poiché negli USA fu prodotto per la TV (e questo è il motivo per cui non ha vinto alcun Oscar). E’ il più alto risultato raggiunto dal tedesco Volker Schlondorff in America, dov’era approdato sei anni prima grazie all’Oscar come miglior film straniero per “Il tamburo di latta”. Benché non rinunci all’esibizione del carattere teatrale dell’opera, specialmente nelle scenografie, la regia è dinamica e ha un suo spessore, specialmente nei dialoghi tra Dustin Hoffman (ottimo ma un po’ gigione) e lo straordinario John Malkovich, dei quali mette a nudo la tensione a tratti insopportabile. Tutto il resto che di buono c’è nel film lo si deve alla grandezza del testo originale, a cui questa versione si attiene fedelmente. A un anno di distanza da quel capolavoro, non è una bestemmia azzardare un confronto tra il vecchio Willy Loman di Hoffman e l’ingrigito e disilluso Noodles di De Niro in “C’era una volta in America”: entrambi al capolinea, entrambi falliti, ma profondamente diversi nel modo di uscire di scena.

Voto: 7,5

Trivia
(Ci volevano tre ore e mezza di trucco al giorno per trasformare il quarantenne Dustin Hoffman in Willy Loman, descritto nella sceneggiatura come uomo “con più di 60 anni”)
(Dustin Hoffman ritiene che la performance in questo film sia la migliore della sua carriera)
(Nella sua autobiografia, Arthur Miller afferma che probabilmente il cognome Loman gli fu inconsciamente suggerito da Lohmann, un personaggio de “Il testamento del dottor Mabuse”, noto horror del 1933)

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