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Dopo che l’organizzazione criminale palestinese “Settembre Nero” ha ucciso undici israeliani alle Olimpiadi di Monaco ’72, il Mossad incarica cinque uomini per uccidere altrettanti responsabili della strage.
Quarto cimento di Steven Spielberg con la Storia (dopo “L’impero del sole”, “Schindler’s List” e “Salvate il soldato Ryan”), stavolta però non ufficiale: la storia di “Munich” è basata su un libro, “Vendetta” (George Jonas), la cui ricostruzione è stata più volte smentita. Com’è come non’è, nessuno di noi è in grado di stabilire se il film dice il vero o no, perciò bisogna prescindere da questo aspetto per valutarlo. Del resto il film non è una puntigliosa e cronachistica ricostruzione dei fatti, ma trae spunto dalle tragedie per una riflessione più alta e impegnativa sul conflitto israeliano-palestinese, che poi è paradigma di tutte le guerre “moderne”. Il mondo di “Munich” (nel senso letterale del termine, visto che la trama si dipana in tre continenti) è innanzitutto marcatamente, e irrimediabilmente, segnato dai confini geografici: non esistono semplici uomini o donne, ma “i russi”, “l’olandese”, “l’arabo”, “il francese”. Un mondo profondamente stupido, dominato dal denaro, incapace di impedire l’isterico avvitamento dell’intera vicenda sulle spalle dei protagonisti. In questo è abilissimo Spielberg, finalmente liberatosi dai manicheismi delle sue opere precedenti: non prende le parti di nessuno, nè suggerisce di tifare per qualcuno. Addirittura lui, ebreo impegnato, è stato accusato di aver fatto un film anti-israeliano. Ma “i fatti sono lì a dimostrarlo”: gli arabi uccidono e vengono uccisi dagli ebrei, che muoiono a loro volta di morte ignota (ignota? Spielberg evita di coinvolgere la CIA). A che pro? La risposta, retorica come la domanda, è suggerita dall’inquadratura finale, che non anticipiamo ma probabilmente conoscerete.
Dal punto di vista tecnico, “Munich” è ovviamente sontuoso: non ci si poteva aspettare niente di meno da un Grande ormai conclamato come Spielberg. Uso della macchina a mano da scuola del cinema, suspence, il solito “magic touch” che gli fa sempre inquadrare una scena nel modo migliore e più originale possibile. Dovrebbe aver prenotato il suo terzo Oscar alla regia. La prima e l’ultima mezz’ora sono semplicemente perfette; è invece fatale, per un film così complesso, qualche caduta di tono nella parte centrale. Lo sguardo gentile di Eric Bana (doppiato così così da Claudio Santamaria) è la faccia giusta per il ruolo di Avner; nel film ci sono anche Daniel Craig (futuro 007, non sembra un granché), Mathieu Kassowitz e Geoffrey Rush.

Voto: 8=

Trivia
(Nel ruolo di Moshe Weinberg, uno degli atleti israeliani uccisi a Monaco, c’è suo figlio Guri Weinberg, che all’epoca aveva appena un mese di vita)
(Dopo aver letto il libro, Spielberg commissionò tre possibili sceneggiature a tre sceneggiatori diversi; alla fine scelse quella di Eric Roth)
(Quando Avner viene avvicinato per la strada da alcuni americani, uno di loro gli chiede se lui sia Robert Burke. L’attore che gli pone questa domanda si chiama Robert John Burke)
(Due giorni prima della fine delle riprese, l’attore Ossie Beck scoprì che suo nonno era un agente segreto del Mossad)
(Nella scena iniziale in cui la strage di Monaco viene vista in Israele alla tv, tra le spettatrici ci sono anche due ragazze; una di loro è Sasha Spielberg, figlia del regista)