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Un killer psicopatico si traveste da donna per compiere efferati delitti di cui sono vittime donne attraenti.
Il primo grande successo di Brian De Palma, all’insegna di uno sfrenato citazionismo che rasenta addirittura il plagio di “Psyco”, con cui la trama – e anche il modo di concepire la storia – ha più di un punto di contatto (ma non solo: la lunga scena del museo è copiata pari pari da “Vertigo”). Spieghiamo meglio: come nel capolavoro di Hitchcock, anche in “Dressed to kill” la trama è mero pretesto per giustificare l’istrionismo del signore dietro la macchina da presa. Plurimi buchi di sceneggiatura, personaggi di poco superiori al rango delle macchiette (il piccolo genio, la puttana dal cuore d’oro, la tardona inquieta), diffuso erotismo un po’ alla buona. Non mancano echi di Dario Argento (per l’incuria con cui si dipana il plot) né di altri piccoli registi del cinema italiano. Tutte cose ampiamente giustificabili, se il regista è Alfred Hitchcock; o l’unico dei successori degno di esserne l’erede, Brian De Palma. Tra sontuosi carrelli, virtuosismi in piano-sequenza e maniacale attenzione ai dettagli (il pomello, la lametta), a impreziosire questo thriller altrimenti semplicemente squinternato arriva una regia che regala almeno tre gioielli: la scena dell’ascensore, l’inseguimento in metrò e, soprattutto, il memorabile finale, la quintessenza della suspence. Davanti a una cosa così, affiora il rimpianto di cosa sarebbe potuto essere BDP se fosse stato assistito da scrittori migliori.

Voto: 7

Trivia
(La prima scelta di Brian De Palma per il ruolo di Kate Miller era l’attrice bergmaniana Liv Ullmann, ma lei rifiutò)
(L’ufficio psichiatrico di Michael Caine si trova al 162 East della 70th Street a Manhattan, nell’Upper East Side)
(Nella scena del museo, gli esterni furono girati a New York, mentre gli interni sono del Philadelphia Museum of Art)

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