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Antonietta, ancora adolescente, viene data in sposa al delfino del re di Francia; lascia i suoi affetti e si trasferisce a Versailles, un altro mondo.
Sofia Coppola conclude la trilogia con cui ha iniziato la propria carriera con un film che, come il precedente “Lost in translation” fu incomprensibilmente esaltato dalla critica europea, è stato ingiustamente massacrato dalla critica americana. Rivisitazione in chiave molto pop (e per definizione leggera) della breve vita della più celebre regina della storia di Francia, nonché l’ultima. Le presta il bel volto Kirsten Dunst, con un personaggio che ha molto a che spartire con la Lux de “Il giardino delle vergini suicide”. Film diviso nettamente in due parti: la prima, descrittiva e divertente, è tutta negli sguardi ora curiosi ora increduli ora disperati della giovane delfina, alle prese con un marito eccessivamente baccalà; la seconda, più narrativa e incerta, si conclude con l’arrivo della Rivoluzione; ma l’esecuzione della regina ci viene risparmiata. Inutile precisare che il film non vuol essere nè una biografia nè tantomeno una ricostruzione storica (in una scena si vede addirittura un paio di scarpe da ginnastica): con i fasti kubrickiani di “Barry Lyndon” ha in comune soltanto la costumista (Milena Canonero) e, forse, un’ironia, almeno iniziale, non dissimile; ma se il film di Kubrick nella seconda parte virava al tragico strizzando l’occhio al grottesco, qui c’è solo compassione e partecipazione per le vicende di un’adolescente catapultata d’incanto in una realtà più grande di lei. Fatale che piaccia soprattutto a chi ha meno di trent’anni. Sofia Coppola si diverte a tratteggiare una Versailles postmoderna, aiutata dal meglio della new wave anni ’80 (dai Cure in giù), dalle macchine a mano e dal montaggio in flash cut. L’inquadratura finale, poi, è un bel tocco di classe. Trailer truffaldino: nel film non c’è traccia della meravigliosa “Age of consent” dei New Order.

Voto: 6,5

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