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Nella vita di una ricca coppia newyorkese fa irruzione un bel giovane nero che chiede soccorso dopo essere stato ferito all’addome da una coltellata e spiega ai due di essere buon amico dei loro figli e figlio di Sidney Poitier.
A meno di non combinare disastri, da una grande commedia teatrale non si può che ricavarne un gran bel film. E’ bastato perciò adattare per il cinema la strepitosa pièce di John Guare, dall’omonimo titolo, per ottenere un’originalissima e inquietante riflessione su quelli che una fortunata e affascinante teoria sociologica definisce i “sei gradi di separazione”: ogni uomo può arrivare a conoscere qualsiasi altra persona sulla faccia della Terra (anche il Papa, Bin Laden, il Dalai Lama) al massimo in sei passaggi. Sotto la scorza di una commedia molto sophisticated emerge la vera, eversiva natura del film: un gioco crudele, sottilmente al massacro, con cui un emerito sconosciuto tiene in scacco un’alta borghesia che ha sacrificato in nome dei soldi ogni valore e ogni qualità, perfino l’intelligenza. Sebbene un po’ forzato e caricaturale, il rapporto genitori-figli abbozzato nella scena ad Harvard vale più di ogni commento. Echi di Bunuel. L’australiano Fred Schepisi aggiunge un bell’intuito nel districarsi tra i vari piani narrativi (grazie a un ottimo montaggio) e un’abilissima direzione degli attori, tra i quali segnaliamo Will Smith e Stockard Channing. C’è anche Ian McKellen, non ancora famoso all’epoca.

Voto: 7,5

Trivia
(Al ruolo di Stockard Channing era interessata anche Meryl Streep, che aveva visto la commedia teatrale e aveva già lavorato con Schepisi)

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