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Luigi torna in Puglia nel suo paese natale per risolvere una questione tra i suoi due fratelli Michele e Aldo, in lite da anni, per la vendita di una masseria di famiglia. Michele è ricattato da un laido usuraio, il quale rimane ucciso durante una processione religiosa.
Sergio Rubini insiste, evidentemente sul tema si sente ferrato: la Puglia e in particolare il contrasto Nord-Sud (già visto in “Tutto l’amore che c’è”). Svolgimento: insomma. Pur sforzandosi (e a tratti riuscendoci) di fare qualcosa di diverso, il film non riesce a scrollarsi di dosso i molti difetti dell’ultimo cinema italiano, e cioé: l’affidarsi ad attori “famosi” in ruoli minimi e poco rilevanti, la cui presenza finisce per diventare un peso (che ci fa Claudia Gerini in un ruolo così misero? Non potevano affidarlo a una dilettante, così risparmiavano pure?); l’insistere sul passato che ritorna e sugli atavici conflitti familiari anche quando non aggiunge nulla alla storia (la lite in flashback); i bucherelli di un finale che rischia di farsi gruviera al momento di venire al dunque (e il presunto colpo di scena, agli occhi di uno spettatore attento, non è più tale dopo un quarto d’ora di film). Per spremere qualcosa di buono Rubini deve affidarsi al citazionismo, adoperato però con garbo e senza spudoratezza (Salvatores, i Coen, anche le invadenti musiche para-herrmanniane di Pino Donaggio); e ovviamente agli attori, i quali però non rispondono tutti all’appello. Bentivoglio rimane il classico pesce fuor d’acqua dall’inizio alla fine, anche se la trama prevederebbe un suo cambiamento; Solfrizzi conferma di non essere un buon attore drammatico; il migliore è il buon Paolo Briguglia, che non sarà sfuggito ai più in alcune particine in alcuni film importanti delle scorse annate. Rubini fuori categoria, perchè, giocando in casa, ha scelto per sé un ruolo in cui dà la paga a tutti e ruba la scena a chicchessia con il suo controllato istrionismo. A parte questo, cosa salvare de “La terra”, film che si muove sul filo della sufficienza? Un’idea forte, poco comune nel nostro cinema, quasi hitchcockiana: l’uomo comune che finisce in una realtà a lui aliena e si ritrova catapultato in una situazione più grande di lui; e, malgrado gli ultimi venti minuti (comunque ingegnosi, anche se macchinosi), una sceneggiatura non male, anche se a Rubini come scrittore manca forse un po’ di mestiere per governare meglio l’intreccio e non lasciare troppi indizi a uso e consumo degli spettatori più scafati.

Voto: 6

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