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Londra, 1899: due illusionisti si sfidano a colpi di trucchi e nuovi numeri, ossessionati dalla loro rivalità che si fa via via sempre più patologica.
Quando partono i titoli di coda di questa quinta opera di Christopher Nolan, è inevitabile pensare all’epilogo di “Memento”, e non solo per la canzone finale (“Analyse” di Thom Yorke; dopo che Nolan aveva chiesto, e non ottenuto, di poter utilizzare “Paranoid Android” dei Radiohead per i titoli di coda di quell’altro film). Il terzo capitolo del suo romanzo sull’ossessione (dopo quella dei ricordi e quella dell’insonnia, ora è la volta di quella della propria invidia), pur non possedendo lo stesso asciutto rigore del suo capolavoro, contiene il gusto quasi fanciullesco per i doppi fondi, le trappole, gli specchietti per le allodole: quasi banale – ma perciò di geniale semplicità – la metafora dell’illusionismo per interpretare “The Prestige”, raffinatissimo thriller dove il tradizionale viluppo di flashback e asincronie si fa addirittura pirotecnico, ma mai incomprensibile, incorniciato da un montaggio (di Lee Smith) ai limiti del virtuosismo dove c’è sempre un tassello mancante: da antologia il modo in cui porge allo spettatore la chiave di volta della storia in modo tale che egli può accorgersene soltanto alla fine del film. Un grande Christian Bale (del quale è sempre più impressionante la somiglianza con Tom Cruise) batte di misura un buon Hugh Jackman; Michael Caine è una garanzia; si rivede ad alti livelli un David Bowie il cui personaggio, dopo una prima visione, ci risulta ancora indecifrabile.

Voto: 8=

Trivia
(L’attore Ricky Jay, che interpreta un mago nel film, è un vero illusionista, e ha insegnato a Jackman e Bale le tecniche di prestidigitazione che sfoggiano nel film)
(Sam Mendes si era mostrato interessato a girare la versione cinematografica del romanzo omonimo di Christopher Priest, ma Priest ha insistito perchè il regista fosse Nolan, del quale aveva ammirato “Following” e “Memento”)

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