il-caimano.jpg(recensione scritta il 25 marzo 2006)Bruno Bonomo, regista di improbabili b-movies anni ’70, si è ridotto a girare televendite. Ad una retrospettiva di suoi film incontra una giovane sceneggiatrice che gli passa il suo ultimo lavoro, dal titolo “Il Caimano”: un film su Berlusconi.
Nel 2001 Berlusconi vinceva le elezioni e Nanni Moretti si consolava con la Palma d’Oro per “La stanza del figlio”. Cinque anni e un’elezione dopo, ritorna col suo Caimano (definizione di Franco Cordero, da “Repubblica” dell’11 aprile 2004) e si chiede: dove siamo finiti?, e molte altre cose. Infatti il film pone continuamente, con angoscia e rabbia sempre crescente, domande: a cui rispondono sorrisini di circostanza, sguardi evasivi, gente che allarga le braccia rassegnata. E’ un film nel film: a parte gli inserti con Elio De Capitani che fa il Caimano, fino a cinque minuti dalla fine è una commedia contemporanea dall’ilarità surreale tipica di Moretti, con irresistibili pastrocchi d’antan (l’indefinibile “Cataratte”, chef-d’oeuvre della cinematografia del protagonista) e divertite partecipazioni di molti attori e registi (Virzì, Mazzacurati, Catania, Mastandrea, Bertorelli, Montaldo, Sorrentino e tanti altri ancora). Fino a cinque minuti dalla fine, fa ridere e indignare sull’Italia e sul suo cinema, e non dubitiamo che molte delle grottesche situazioni rappresentate sullo schermo Moretti o chi per lui le abbiano vissute veramente. Fino a cinque minuti dalla fine, è – finalmente! – un film italiano immerso nella realtà: e cioè privo di tutti quei dialoghi assurdi sul senso della vita e sull’indecifrabilità dell’amore e tutte quelle scemenze, ma in cui i bambini giocano finalmente a calcetto invece che essere assaliti continuamente dagli incubi; e poi un film che fa i nomi e i cognomi, cita i Previti, i Montanelli, i Dell’Utri, i tragicomici discorsi al Parlamento Europeo. Fino a cinque minuti dalla fine è un bellissimo film di un grande regista, che entra di precisione sull’Italia berlusconizzata, avvalendosi di uno strepitoso Silvio Orlando (grandissimo, perchè non fa più film?) e di grandi comprimari: su tutti un magnificamente viscido Michele Placido.
Poi arriva il finale. Durissimo, pessimista, disperato, tremendo. Giustamente i giornalisti dell’anteprima si sono detti “raggelati”, non solo per la notevole sorpresa; perchè fa proprio venire i brividi. E non è un finale “comunista”, dove sarebbero potuti cadere le decine di registi di sinistra del nostro cinema. Soprattutto, avanza sinistramente l’ipotesi che il 9 e 10 aprile non sia il punto d’arrivo; che possa, insomma, non finire più. Fa paura.

Voto: 8

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