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Dalla Resistenza agli anni ’70, trent’anni di storia d’Italia attraverso le vite di Gianni, avvocato milanese al servizio di un vecchio imprenditore fascistone, di cui sposa la figlia ignorante; Antonio, portantino romano comunista innamorato di Luciana, ragazza friulana con ambizioni da attrice; Nicola, professore napoletano e critico cinematografico di scarsa fortuna.
Sceneggiato dallo stesso regista con gli infallibili Age e Scarpelli, è uno dei tanti esempi che rendono chiara la differenza tra il cinema italiano dei ’60-’70 e quello, asfittico, del terzo millennio. Oggi, Giordana (ma neanche) a parte, nessuno ha il talento e il coraggio di mettere nero su bianco trent’anni di storia patria senza sfociare nella ridondanza e nel volemose bene, proponendo anzi un finale amaro amarissimo per due terzi dei personaggi. E nessuno oggi ha il talento per tradurre in interpretazioni credibili quei personaggi così complessi: non ci sono i Manfredi e i Gassman, che con lo sguardo riescono a comunicare più degli sproloqui mucciniani di Stefano Accorsi.
Se il personaggio di Satta Flores è penalizzato dagli unici eccessi macchiettistici della perfetta sceneggiatura (lungimirante però nel prevedere la tipologia dell’intellettuale di sinistra che sa solo fare polemica: oggi si chiama “radical chic” ed è alla radice dei casini degli ultimi tre-quattro anni), Antonio e Gianni sono specchio fedele di trent’anni di cambiamenti. Immensi Manfredi e Gassman, la Sandrelli dalle mille acconciature per una volta non è solo tappezzeria. Aldo Fabrizi si congeda dal cinema (a meno di non considerare un film “Il ginecologo della mutua”) con uno sguardo feroce e disperatissimo; di questo film ricorderemo anche i suoi occhiacci rossi durante l’ultimo dialogo con Gassman.
Cammei eccellenti di Fellini e Mastroianni, intenti a girare la scena della fontana de “La dolce vita”. Nessuno, nel film, pronuncia mai la battuta “C’eravamo tanto amati”.

Voto: 8=