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Assoldato da un vecchio generale in pensione per scoprire chi ricatta la figlia minore, il detective privato Philip Marlowe scopre di dover avere a che fare con una rete di ambigui personaggi che hanno tutti qualcosa da nascondere.
Non si discute l’assoluto valore storico di questa pellicola, capace nel 1943 di rivoluzionare il noir imponendo un nuovo ritmo e un nuovo linguaggio derivanti direttamente dalle memorabili pagine di uno dei massimi scrittori del genere; e non si discute il mirabile modo in cui furono trasportate sullo schermo le atmosfere chandleriane, compresa la fatalistica disillusione che si impossessa di ogni personaggio della storia. Ma sessant’anni dopo “Il grande sonno” ha perso molto del suo smalto, ed è in pratica poco meno che inguardabile: anche lo spettatore più attento, scollinata la metà del film, molto difficilmente riesce a mantenere il filo del discorso, straordinariamente ingarbugliato. Perciò, meglio godersi semplicemente i fulminanti botta e risposta tra il grande Bogey (incredibile come un uomo oggettivamente brutto risultasse talmente affascinante) e le sue donne, tra cui una splendente Lauren Bacall che riesce a tenere il passo, specialmente nel memorabile dialogo sui cavalli.

Voto: 6

Trivia
(Nella scena in cui Vivian canta, la voce è quella autentica di Lauren Bacall)
(Negli anni ’40, una delle regole auree di Hollywood era che l’attore protagonista non dovesse essere più basso dell’attrice. Bogart era più basso sia di Lauren Bacall (Vivian) sia di Martha Vickers (Carmen); un problema che fu risolto facendo indossare a Bogart speciali paia di scarpe con rialzi interni)

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