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Assunta nella redazione della prestigiosa rivista fashion “Runway”, la giovane Andy deve far i conti con un ambiente di lavoro che aborrisce coloro che non danno peso alla moda e alla bilancia.
Primo film di David Frankel, regista televisivo con al suo attivo numerosi episodi di “Sex and the City”. E, a ben guardare, non c’è nulla di realmente diverso tra quella serie tv e questo film, a cominciare dall’anonimo stile di regia (da telefilm, appunto) per concludere con la finta critica di uno o più aspetti dell’upper class newyorkese che si conclude invariabilmente con la più retriva opera di lecchinaggio. Gradevole e finanche spiritoso quando rimane nei binari dell’autenticità (l’ufficio di lavoro come reale covo di vipere asservite alla terribile capufficio-orchessa), deraglia paurosamente dalla metà in poi, assumendo la consistenza dell’etere e ricordando molto da vicino quei filmini anni ’80 di Carlo Vanzina ambientati nella Milano da bere, con musiche cool e codazzo di varia vipperia nel tragico ruolo di se stessa. Non aiutano gli occhioni perennemente sgranati di Anne Hathaway stile “Alice in Wonderland”; considerando con chi ha dovuto rapportarsi, vale doppio la divina performance di Meryl Streep, all’ennesima perla di una strepitosa carriera. Bravo Stanley Tucci, che riesce a mantenere una propria dignità pur dibattendosi nello scomodo recinto della macchietta.

Voto: 5

Trivia
(Nel film non viene mai pronunciato il nome del marchio “Prada”, che compare solo una volta su una borsa di Miranda)
(Il giornale che alla fine assume Andy è il “New York Mirror”, un vero quotidiano fondato nel 1898 che nei suoi primi anni di vita pubblicò anche alcuni racconti di Edgar Allan Poe)

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