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Erika Kohut, (f)rigida e masochista insegnante di pianoforte al Conservatorio di Vienna, oppressa da una madre megera, conosce un giovane pianista che si innamora di lei.
Sesto film di Michael Haneke, anche se in realtà è solo il secondo che arriva in Italia, dopo il folgorante “Funny games” (1997). Si può ben dire che Haneke ha superato l’esame: è rimasto apprezzabilmente coerente a se stesso e alla sua idea di cinema sgradevole, inquietante, maleodorante, mai banale. Se la perversione dei due aguzzini dell’opera precedente era soprattutto rivolta allo spettatore, questa è puramente intima, autodistruttiva e punitiva; se prima Haneke giocava apertamente con i nervi del pubblico, portandolo all’esasperazione, qui si mantiene algido, analitico, descrittivo, senza colonna sonora che non siano Schubert, Bach o altri. I suoi rigorosi pianosequenza (di portentosa intensità quello del pre-finale) sono però altrettanto lancinanti di quanto lo sia l’ultima, enigmatica, coltellata finale, su cui potrebbe aprirsi una nuova e potenzialmente infinita discussione. Isabelle Huppert magistrale, Benoit Magimel ottimo.

Voto: 7+

Trivia
(Isabelle Huppert ha studiato piano per 12 anni, quindi non ha avuto nessun problema a suonare questo strumento nel film: semplicemente, ha ripreso a fare pratica per un anno)
(La parte della madre di Erika fu offerta inizialmente a Jeanne Moreau)

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