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A Massimo Clerici, sicario del regime fascista, viene affidato il compito di uccidere il suo vecchio professore di filosofia all’università, un antifascista esule a Parigi.
Tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, è un film che appartiene più al grande scrittore che a Bernardo Bertolucci: il quale si è comunque messo lussuosamente al servizio dell’opera, con un apparato scenico di prim’ordine (la fotografia di Vittorio Storaro, la musica di Georges Delerue e le scenografie di Ferdinando Scarfiotti, specialmente quelle alienanti e fasciste delle sequenze ambientate in Italia). Di Bertolucci ha qualche difetto, come l’irrefrenabile impulso estetico che finisce col penalizzare la leggibilità della trama e la chiarezza della Storia. Come in molte altre storie borghesi di Moravia, trapela tutto il disprezzo per una classe sociale che, aiutata in questo dal fascismo, ha prodotto negli anni soprattutto l’archetipo di Massimo Clerici: l’insipiente vigliaccheria di un uomo talmente piccino da ambire, al massimo, alla normalità. Nel gran finale diventa un amarissimo ritratto dell’Italia ai tempi della guerra: ne esce peggio proprio il popolo bue, passato in uno schioccar di dita dalle adunate in piazza Venezia all’odio cieco verso un fenomeno sociale e politico che esso stesso aveva generato. Nel trio di protagonisti spicca Stefania Sandrelli, sempre incantevole con parrucca nera. Candidato all’Oscar nel 1971 per la miglior sceneggiatura non originale.

Voto: 7

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