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Un maniaco assassino di bambine terrorizza Dusseldorf. Gli danno la caccia la polizia e un’associazione di malavitosi che vuole farsi giustizia da sola.
Il primo film della storia del cinema ad avere come soggetto la caccia a un serial killer psicopatico, il più importante film di Fritz Lang (insieme a “Metropolis”), summa dell’espressionismo tedesco degli anni ’20 e ’30. Stella polare per cinque-sei generazioni di thriller, un genere che sembra improvvisamente essersi esaurito nei primi anni del ventunesimo secolo. Non mancano i punti morti e le ridondanze, ma è un fatto che oggi, a più di tre quarti di secolo di distanza, sia ancora riconosciuto come uno dei vertici del genere. Potentissimo e spiazziante, in particolare, il finale, con l’idea brechtiana del “tribunale dei delinquenti” che offre una versione della giustizia e della punizione quantomeno ambigua, anche per un regista come Lang che, com’è noto, non dispiaceva al Terzo Reich pur essendo mezzo ebreo. Come Anthony Perkins trent’anni dopo, l’ungherese Peter Lorre (vero nome Laszlo Lowenstein), al suo primo film, rimase segnato a vita da un ruolo così impegnativo. Ne circolano almeno sei versioni di varia lunghezza, dai 99 minuti degli USA ai 118 di quella francese.

Voto: 7,5

Trivia
(Il “tema dell’assassino”, più volte fischiettato da Peter Lorre, è tratto da un’aria del “Peer Gynt” di Grieg)
(Fritz Lang affermò di aver impiegato veri criminali per la scena finale)
(Il nazismo vietò il film in Germania a partire dal luglio 1934)

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