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Alvy Singer, autore comico ebreo newyorkese perennemente in analisi, si innamora di Annie Hall, aspirante cantante, un po’ svitata.
Il film che, dopo alcuni indizi contenuti nei suoi lavori precedenti (in particolare “Amore e guerra”) segnò ufficialmente la svolta artistica di Woody Allen, da comico tout court a qualcosa di più: un comedian caustico e profondo, colto come mai nessuno prima, che non ha paura di chiudere una commedia brillante con la malinconia finale della solitudine. I suoi testi si fanno più spessi, non votati alle battute intelligenti di un momento (che pure non mancano) ma ad un’idea più ampia ed ambiziosa di racconto, in cui la narrazione non è più un pretesto per impilare gag a getto continuo ma, pur mantenendo una saporita originalità (le digressioni sulla famiglia, gli sguardi in macchina, un inserto a cartoni animati), diventa finalmente qualcosa d’altro: una riflessione compiuta sulla vita di coppia e sulla crisi di mezza età, affrontata naturalmente con tutte le fobie e le fissazioni che renderanno celebre Allen. Però, per giustificare lo stato di grazia di questa piccola grande commedia che il tempo ha reso fondamentale per generazioni di sceneggiatori, non si può tacere di una straordinaria Diane Keaton cui è interamente dedicato il film (a partire dal titolo), con uno dei personaggi femminili più leggiadri e luminescenti che il cinema abbia mai avuto la fortuna di ospitare nei suoi cent’anni e passa di vita. Piccole parti per Christopher Walken e Shelley Duvall (oltre che per Marshall McLuhan); esordio al cinema per Jeff Goldblum, Sigourney Weaver e Beverly D’Angelo. Merita di essere citato per intero il monologo finale: “Frattanto si era fatto tardi e tutt’e due dovevamo andare per i fatti nostri. Ma era stato molto bello, rivedere ancora Annie, dico bene? Mi resi conto di quanto era in gamba – stupenda – e, sì, era un piacere… solo averla conosciuta… e allora io… ripensai a quella vecchia barzelletta, quella in cui c’è questo tizio che va dallo psichiatra e gli fa: “Dottore, mio fratello è pazzo. Crede d’essere una gallina.” E allora il dottore gli dice: “Ma perché non lo rinchiude in manicomio?” E quel tale gli risponde: “Già! Ma poi dopo, l’ovetto fresco, a me, chi me lo fa?” Insomma, mi pare ch’è proprio così, grosso modo, che la penso io, riguardo ai rapporti umani. Mi spiego, sono del tutto irrazionali e pazzeschi e assurdi e… ma… mi sa tanto che li sopportiamo perché, hm… tutti quanti… più o meno ne abbiamo bisogno, dell’ovetto fresco”.

Voto: 8

Trivia
(Nella scena in cui Alvy armeggia con le aragoste in cucina, Annie gli scatta delle fotografie. Più tardi, nella scena in cui Alvy uccide il ragno in bagno, le stesse foto sono appese alle pareti del soggiorno di Annie)
(Il vero nome di Diane Keaton è Diane Hall, e il suo soprannome è Annie)
(Il titolo originale del film doveva essere “Anhedonia” – l’incapacità di provare piacere in qualsiasi situazione. La produzione costrinse Allen a cambiarlo, e il titolo “Annie Hall” fu deciso a sole tre settimane dalla prima nazionale)
(Prima di convincere Marshall McLuhan a interpretare un piccolo ruolo, Woody Allen aveva chiesto di interpretare la stessa parte a Fellini e a Bunuel)
(Il passante che Alvy etichetta come “il vincitore di un concorso di sosia di Truman Capote” non è nient’altri che… Truman Capote, non accreditato nei titoli di coda)
(In tutto il film, né Alvy né Annie si dicono mai “Ti amo”)

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