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Piccola storia di Anthony Swofford, ventenne come tanti arruolato nei marines per la guerra del Golfo. Tornerà a casa senza neanche aver sparato un colpo di fucile. Jarhead = testa di barattolo, quella che i marines si ritrovano dopo la tosatura.
Il genere bellico si è ormai esaurito: e del resto provateci voi, dopo fior di capolavori, a inventare qualcosa di nuovo. Un regista furbo, quale Sam Mendes sicuramente è, ha pensato così di affidarsi al ricalco, alla citazione intelligente e al ricollocamento delle sempiterne vicende dell’uomo mangia uomo: non più in Normandia o nel Vietnam, ma nell’Iraq, moderno scatolone di sabbia che diventa buzzatiana Fortezza Bastiani per il protagonista, novello Drogo che aspetta (e spera?) di sparare, e se possibile ammazzare qualcuno, per dare un senso ai suoi sei mesi buttati. Inizia con un omaggio a Full Metal Jacket, prosegue più o meno per la sua strada citando Apocalypse Now e il Cacciatore. Film in fondo atipico: parla di guerra senza mostrarla, se non di straforo. Difficile schivare la retorica e il già visto, ma Mendes evita la disfatta e passa l’esame con tanti guizzi di talento e con l’originale svolgimento del tema: le tracce che la guerra lascia nella mente. Come in tutti i film di Mendes, la fotografia è splendida: stavolta se ne prende cura Roger Deakins. Gyllenhaal sempre bravo; Jamie Foxx sottotono e un po’ sprecato. Due scene per Chris Cooper. Grazie al suo attore protagonista e alla sua bravura, Mendes traduce in immagini la frase “Voglio tornare a casa”.

Voto: 6,5

Trivia
(Girato nella Imperial Valley, nel Sud della California, che aveva condizioni climatiche e ambientali simili all’Iraq. Le montagne sullo sfondo furono tolte al computer)
(La parola “fuck” e le sue varianti sono usate 278 volte in tutto il film; per 38 volte con il prefisso “mother”)
(A un certo punto i soldati guardano “Apocalypse Now”, il cui montatore, Walter Murch, è lo stesso di questo film)