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Il travet Paul Hackett, ricevuto un invito a casa da una misteriosa ragazza conosciuta in un bar, si reca in taxi nel quartiere di Soho. Lo aspetta una nottataccia.
Grande assolo dark-pop sulla notte e appassionato omaggio a New York, raffigurata nel suo lato più tetro e disturbante, come solo Kubrick in “Eyes Wide Shut” ha più fatto. Allucinante black comedy depurata dei classici ingredienti da gangster-movie, in cui si ritrovano tutti i caratteri tipici del cinema scorsesiano: il classico tema della “discesa all’inferno” lenta e ineluttabile, il ruolo cruciale del Caso, la follia. Paradossalmente, per quanto venga considerata un’opera quasi minore nella carriera di Scorsese, è uno dei film in cui la sua regia surreale merita più elogi, perchè accompagnata da una sceneggiatura (di Joseph Minion) scoppiettante nella sua ricerca della paranoia ma un po’ chiassosa fino all’approssimazione per eccesso, comunque ben lontana dalla perfezione. La sensazione di stare assistendo ad un film lunare al limite della magia è accresciuta dallo straordinario montaggio di Thelma Schoonmaker, il suo migliore insieme a “Quei bravi ragazzi”. Negli ultimi dieci anni Griffin Dunne, qui ottimo, ha diradato la sua carriera d’attore dedicandosi alla regia, con risultati così così. Scorsese, ancora barbuto come in “Taxi Driver”, compare in un cammeo come tecnico delle luci nel locale punk.

Voto: 7,5

Trivia
(Scorsese sottopose in anteprima ad alcuni spettatori un finale alternativo in cui Paul rimaneva intrappolato nella statua; il pubblico rifiutò)
(Martin Scorsese consigliò a Griffin Dunne di astenersi dal sesso e dal sonno durante le riprese del film, per dare più autenticità alla sua paranoia)

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